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Caracas a Usa: “Aggressione e rapimento del presidente. Resisteremo”

- di: Vittorio Massi
 
Caracas a Usa: “Aggressione e rapimento del presidente. Resisteremo”
Caracas accusa gli Usa: “Aggressione e rapimento del presidente”
Emergenza nazionale, appello all’Onu e richiesta di prova di vita di Maduro. Il governo serra i ranghi mentre il paese trattiene il fiato.

La notte delle esplosioni e la linea ufficiale: “Non è un arresto”

Prima il boato, poi il buio, poi i video: lampi nel cielo di Caracas, fumo, sirene e la sensazione che la capitale stesse vivendo una scena “fuori copione”. Nelle ore successive, la narrazione del governo venezuelano si è irrigidita su un punto: non si tratta di un’operazione di polizia, né di una consegna “legale” di un capo di Stato, ma di un’aggressione militare e di un rapimento.

È la risposta politica più prevedibile e, al tempo stesso, più efficace: sposta il fuoco dalla persona di Maduro alla sovranità nazionale, prova a compattare l’apparato e mette l’opposizione davanti a un dilemma scomodo: festeggiare la caduta del nemico o denunciare il metodo.

Il governo cosa fa: emergenza, mobilitazione, dossier all’Onu

Caracas reagisce come reagiscono i poteri quando percepiscono un vuoto: stato d’emergenza, richiesta di mobilitazione e attivazione immediata della diplomazia. Il messaggio è doppio: tenere il controllo in strada e portare lo scontro su un terreno internazionale.

La vicepresidente Delcy Rodríguez ha usato un linguaggio calibrato per massimizzare l’impatto: prima la denuncia dell’“aggressione”, poi la richiesta che Washington dimostri la sorte del presidente.

“Chiediamo prove immediate dell’esistenza in vita del presidente Maduro e della first lady”

Il ministro degli Esteri Yván Gil ha annunciato l’iniziativa presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il copione è chiaro: trasformare la crisi in un caso diplomatico, invocare il diritto internazionale, chiedere una condanna dell’azione statunitense e, soprattutto, guadagnare tempo mentre a Caracas si ricompone la catena di comando. La parola d’ordine di tutto il governo è, comunque, “Resistere”.

Quali affermazioni circolano: “Atto di guerra”, “violazione della sovranità”

La retorica chavista si muove su tre assi: atto di guerra, violazione della sovranità, attacco contro il popolo. È un linguaggio che punta a saldare identità e paura: se Maduro scompare, l’obiettivo è far credere che il bersaglio successivo sia chiunque stia “dalla parte della patria”.

Dal lato americano, invece, la cornice è opposta: Maduro come imputato, non come presidente; “arresto” come anticamera del processo; giustificazione legata alle accuse di criminalità organizzata e narcotraffico. Due mondi che non si parlano, e proprio per questo pericolosi: quando le parole non coincidono, spesso non coincidono nemmeno le regole.

“Presto affronteranno la piena forza della giustizia americana, sul suolo americano”

E la gente: paura, fedeltà, attese e sussurri

La fotografia sociale è spezzata, e in mezzo c’è una costante: l’incertezza. Nelle prime ore si sono visti presidi, spostamenti ridotti, telefoni che filmano più di quanto parlino. Il Venezuela è abituato alla crisi, ma non a una scena che sembra rovesciare il tavolo in una notte.

Nei quartieri dove il chavismo è identità prima che scelta, gruppi di sostenitori si sono mostrati con foto del leader e slogan: non è solo fedeltà, è la sensazione che l’attacco sia contro “noi” prima ancora che contro Maduro.

Nel campo opposto prevale un’attesa tesa: per alcuni è l’inizio di una svolta, per altri il rischio di un nuovo ciclo di instabilità. E c’è chi guarda alle forze armate: se reggono compatte, la struttura sopravvive; se si spaccano, il paese entra nella zona grigia.

Il fattore petrolio: stabilità, sanzioni e il rischio domino

Dietro la battaglia politica c’è un nervo scoperto che torna sempre: il petrolio. In un Venezuela dove la sopravvivenza dello Stato passa anche da esportazioni e valuta, ogni scossa istituzionale diventa immediatamente economica: prezzi, approvvigionamenti, mercato nero, fuga di capitali, ansia quotidiana.

La tenuta della filiera energetica è una delle prime variabili osservate dentro e fuori dal paese: se la produzione rallenta o si blocca, la crisi politica accelera. E l’accelerazione, qui, non significa “cambiamento ordinato”: significa spesso polarizzazione.

Il mondo reagisce: condanne, prudenza e paura di nuovi profughi

Le reazioni internazionali, in queste ore, oscillano tra condanna e cautela. In America Latina il timore più immediato è pratico: una nuova ondata di migrazioni e un’escalation regionale. In Europa prevale la richiesta di contenere il conflitto e di evitare ulteriori azioni militari.

La partita diplomatica, però, non è solo “morale”: è anche una lotta per il precedente. Se passa l’idea che un leader possa essere prelevato con un’operazione militare, il messaggio si allarga oltre Caracas.

Cosa può succedere adesso: tre scenari (tutti ad alta tensione)

1) Successione controllata. L’apparato si compatta, individua una reggenza, usa l’attacco per stringere le maglie interne e cercare legittimità internazionale.

2) Transizione forzata. Una parte del potere (militare e civile) prova a negoziare un cambio di fase, chiedendo garanzie e aprendo spiragli all’opposizione.

3) Frammentazione. Il rischio più temuto: lotte interne, sicurezza che si sfilaccia, economia che si impenna nel panico e nuove fughe oltreconfine.

Una certezza, oggi: Caracas ha scelto la linea dura sul piano politico e narrativo. La domanda è se riuscirà a trasformarla in controllo reale. Perché in un paese dove spesso la stabilità è stata un equilibrio di forza, l’improvviso vuoto in cima rischia di diventare un moltiplicatore di caos. 

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