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Petro contro Washington: «Accuse politiche, non giudiziarie. L’America Latina non è una colonia»

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Petro contro Washington: «Accuse politiche, non giudiziarie. L’America Latina non è una colonia»
Il presidente colombiano Gustavo Petro rompe il silenzio dopo l’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. In un intervento di forte impianto politico e storico, Petro respinge le accuse di narcotraffico che da anni circondano i vertici chavisti e denuncia un uso strumentale della giustizia internazionale, piegata — a suo giudizio — a interessi geopolitici ed energetici.

Petro contro Washington: «L’America Latina non è una colonia»

Secondo il capo dello Stato colombiano, le accuse rivolte a Maduro non trovano fondamento negli archivi giudiziari del suo Paese, che da oltre mezzo secolo è uno dei principali teatri della lotta ai cartelli della cocaina. «Nei registri della giustizia colombiana — sostiene Petro — non compaiono i nomi di Maduro né di sua moglie. Quelle che circolano sono affermazioni politiche, non decisioni dei tribunali». Un passaggio che mira a distinguere nettamente tra propaganda e atti giudiziari, in un Paese dove il narcotraffico è stato indagato senza eccezioni.

L’autonomia della magistratura colombiana
Petro insiste sull’indipendenza del potere giudiziario, sottolineando che non risponde all’esecutivo ed è, in larga parte, controllato dall’opposizione politica. «Se esistessero prove reali — afferma — sarebbero già emerse». Un’affermazione che serve a rafforzare la credibilità della sua posizione e a respingere l’idea di una copertura politica da parte di Bogotá.

Il confronto con Washington
Nel mirino finiscono le posizioni dell’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump, che da tempo accusa il vertice venezuelano di essere coinvolto nel traffico di droga. Petro evita di entrare in un giudizio personale su Maduro, ma contesta l’impostazione generale: «La Colombia conosce il narcotraffico meglio di chiunque altro. Proprio per questo sappiamo distinguere tra fatti giudiziari e operazioni politiche».

Petrolio, sanzioni e popolazioni colpite
Il presidente colombiano lega la cattura di Maduro al tema delle risorse energetiche. Le sanzioni imposte negli anni al Venezuela, osserva, hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione, aggravando la crisi economica e innescando un esodo regionale. «Bloccare il petrolio — sostiene — significa affamare un popolo. E quando un Paese è indebolito, diventa più semplice giustificare interventi straordinari». Un’accusa diretta a una strategia che, secondo Petro, usa la leva economica come strumento di pressione politica.

Dalla lotta armata alla pace
Nel suo discorso, Petro richiama la propria storia personale: la militanza nel movimento M-19, la lotta contro lo stato d’assedio in Colombia e il passaggio dalla guerriglia al processo di pace. Un percorso che rivendica come prova del fatto che i movimenti rivoluzionari latinoamericani non siano sinonimo di criminalità. «Abbiamo perso decine di migliaia di compagni — ricorda — senza mai chiedere invasioni straniere. La democrazia si costruisce con la pace, non con l’occupazione».

Libertà di parola e doppi standard
Il presidente colombiano cita anche il proprio intervento a New York, davanti alle Nazioni Unite, contro il conflitto a Gaza. Una presa di posizione che, a suo giudizio, avrebbe contribuito ad alimentare la reazione politica nei suoi confronti. «Ho parlato esercitando un diritto garantito dalla legge statunitense: la libertà di espressione», afferma, denunciando quello che considera un doppio standard nella difesa dei diritti e nell’uso delle sanzioni.

«Non siamo una colonia»
Il messaggio finale è un appello alla sovranità regionale. Petro respinge l’immagine di un’America Latina ridotta a “covo di criminali” o a semplice riserva di risorse naturali. «Siamo repubbliche indipendenti, con una storia lunga e complessa», conclude. Un richiamo che intreccia memoria storica e attualità geopolitica, mentre il continente torna al centro di una competizione globale in cui giustizia, sicurezza ed energia si sovrappongono sempre più.
La presa di posizione del presidente colombiano segna un nuovo momento di tensione nei rapporti tra Washington e una parte dell’America Latina, con il caso venezuelano che diventa il simbolo di uno scontro più ampio sul diritto internazionale, sulla sovranità degli Stati e sull’uso politico della forza.

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