Il giorno dopo: Caracas senza Maduro, Washington detta la cornice
La scena è già storia (e già polemica): nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, un’operazione statunitense in Venezuela ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti negli Stati Uniti per un percorso giudiziario che si annuncia esplosivo. La Casa Bianca parla di azione mirata; a Caracas si grida al rapimento e alla violazione della sovranità.
Sul terreno, il potere si è riorganizzato in fretta. Le istituzioni controllate dal chavismo hanno spinto avanti Delcy Rodríguez, figura di ferro dell’apparato, come guida temporanea. Ma da Washington la linea è gelida: il segretario di Stato Marco Rubio ha negato qualunque investitura politica piena, sostenendo che l’assetto attuale non rappresenti una legittimità riconoscibile.
Il messaggio a Rodríguez: minaccia diretta e “controllo” rivendicato
Donald Trump, nel frattempo, non ha scelto il registro diplomatico. Il presidente Usa ha messo nero su bianco l’avvertimento alla leader ad interim:
"Se non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro".
E non si è fermato lì. A bordo dell’Air Force One, incalzato dai cronisti sul nuovo assetto a Caracas, ha alzato ulteriormente la posta con una frase che suona come una dichiarazione di tutela:
"Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela".
Un’affermazione che, letta in controluce, sposta il baricentro dalla “lotta al narcotraffico” a un’idea di regia americana sulla transizione.
Petrolio, transizione e business: il sottotesto che tutti leggono
In parallelo alle dichiarazioni muscolari, Trump ha parlato di una fase di guida statunitense “fino a transizione ordinata”, con un riferimento esplicito al ruolo delle aziende americane nel Paese. Il Venezuela, con le sue riserve e la sua infrastruttura energetica da rimettere in moto, torna così a essere una pedina economica oltre che geopolitica.
Rodríguez è un nome che a Washington conoscono bene: non solo per il peso politico interno, ma anche per i suoi dossier economici e i canali con l’industria petrolifera. Proprio questo rende la partita più ambigua: pressione pubblica, ma anche la tentazione di un compromesso operativo.
Cuba “pronta a cadere”: la miccia accesa sull’Avana
Quando il fronte Venezuela sembrava già abbastanza incandescente, Trump ha allargato la mappa. Su Cuba ha detto:
"Cuba è pronta a cadere".
Il ragionamento, in sostanza, è energetico e politico insieme: senza l’ossigeno di Caracas, l’Avana sarebbe più vulnerabile. Un’ipotesi che a Cuba viene percepita come minaccia strategica, non come analisi da talk show.
A rendere il quadro ancora più teso c’è un elemento umano e militare: L’Avana ha denunciato la morte di propri cittadini durante il blitz in Venezuela, parlando di personale legato alle forze armate e ai servizi. È la prova, dicono a Cuba, che l’operazione non è stata “chirurgica”, ma uno shock regionale con conseguenze reali.
Colombia nel mirino: “operazione” evocata e Petro nel tritacarne
Poi la Colombia. Trump ha preso di mira il presidente Gustavo Petro, con attacchi durissimi e un passaggio che ha fatto saltare le sirene in mezza America Latina: alla domanda su una possibile azione militare, ha risposto
"Mi sembra una buona idea".
Il pretesto, ancora una volta, è il narcotraffico: l’argomento che consente di cucire insieme politica estera e consenso interno. Ma sul piano regionale è un salto di qualità: passare dal Venezuela alla Colombia significa toccare un alleato storico degli Usa, con implicazioni per cooperazione, intelligence e sicurezza.
Il capitolo Groenlandia: “ci serve” e lo scontro con la Danimarca
Nel vortice latinoamericano, Trump ha rimesso sul tavolo anche la Groenlandia, definendola necessaria per ragioni di sicurezza nazionale. La risposta da Copenaghen è stata secca: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto la pressione, chiedendo di fermare la retorica delle minacce e ribadendo che il destino dell’isola non è materia di “trattativa”.
È un copione che torna: l’Artico come scacchiera della sicurezza, tra rotte, basi, radar e competizione globale. Ma il tempismo — subito dopo il Venezuela — alimenta un’impressione: Trump sta parlando al mondo come se l’ordine internazionale fosse un optional.
ONU e diritto internazionale: la domanda che rimbalza ovunque
La questione più delicata non è solo politica, ma giuridica: catturare e trasferire un capo di Stato straniero (anche se contestato) apre un caso enorme su sovranità, estradizione, uso della forza e legittimità delle prove. Non sorprende che il dossier sia arrivato sul tavolo delle Nazioni Unite.
Ed è qui che l’etichetta — pesantissima — prende corpo nel dibattito pubblico: c’è chi sostiene che, con questa traiettoria, gli Usa diventati uno Stato canaglia. Non è una definizione neutra: è una condanna politica che, una volta pronunciata, lascia cicatrici diplomatiche.
Cosa può succedere adesso: tre scenari a rischio escalation
1) Transizione pilotata: Washington spinge per un percorso elettorale “a condizioni” e tenta di modellare il dopo-chavismo, tenendo aperto il canale energetico.
2) Resistenza interna: l’apparato chavista prova a ricompattarsi attorno a Rodríguez, con tensioni di piazza e rischio di scontri tra lealisti e opposizione.
3) Effetto domino regionale: Cuba e Colombia diventano fronti di pressione. E ogni dichiarazione si trasforma in benzina: sanzioni, incidenti, ritorsioni, fino a una spirale incontrollabile.
Nel frattempo, una certezza c’è: il lessico di Trump non è quello delle sfumature. È quello dell’ultimatum. E quando un presidente rivendica il “controllo” su un Paese straniero, non sta solo parlando. Sta riscrivendo i confini di ciò che ritiene permesso.