C’è un momento, dopo le esplosioni, in cui il rumore si spegne e restano solo le voci. A Catia La Mar, cittadina costiera a pochi chilometri da Caracas, le voci sono quelle di chi guarda la propria casa senza più un tetto, o semplicemente non la trova più. È qui che, secondo i residenti intervistati da Reuters, alcune abitazioni sono state danneggiate o rase al suolo durante l’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Venezuela, la cattura di Maduro e le case distrutte: quello che resta a Catia La Mar
Le persone raccontano di esplosioni improvvise, di vetri andati in frantumi, di muri crollati nel cuore della notte. Non parlano di obiettivi militari, ma di salotti, cucine, stanze dei bambini. Catia La Mar è una città popolare, fatta di case addossate l’una all’altra, strade strette, quartieri dove tutti si conoscono. Ed è proprio questa densità che rende impossibile separare la “precisione” militare dalla vita quotidiana.
Le aree colpite
Le autorità venezuelane hanno confermato che l’operazione ha interessato più zone del Paese. Oltre a Catia La Mar, sono stati colpiti settori dello Stato di La Guaira, della capitale Caracas e degli Stati limitrofi di Miranda e Aragua. Il bilancio ufficiale parla di soldati e civili uccisi, oltre a membri della sicurezza presidenziale, ma senza fornire numeri precisi. Una mancanza che pesa, perché senza cifre è più facile spostare il racconto dal terreno alle dichiarazioni.
Reuters riporta che il governo non ha chiarito quanti siano i morti e i feriti, né ha specificato in quali circostanze siano avvenuti i decessi. E così, mentre le autorità parlano di “attacco”, chi vive nei quartieri colpiti conta le crepe sui muri e i parenti da rintracciare.
Un’operazione “mirata” vista dal basso
Fonti statunitensi hanno descritto l’azione come un’operazione mirata alla cattura del capo dello Stato. Ma dal basso, dal punto di vista di chi ha perso casa o è scappato con quello che aveva addosso, la parola “mirata” suona astratta. Quando un’esplosione avviene in un quartiere residenziale, il confine tra bersaglio militare e danno collaterale diventa una linea sottile, spesso invisibile.
Le immagini verificate da Reuters mostrano detriti ovunque, automobili distrutte, edifici civili lesionati. Scene che ricordano altri conflitti urbani, dove la tecnologia militare incontra città costruite per vivere, non per combattere.
Le testimonianze
“Non c’erano soldati qui”, racconta un residente. “C’erano famiglie”. Un altro parla di blackout improvvisi, di telefoni muti, di ore passate senza capire cosa stesse succedendo. Le comunicazioni interrotte hanno amplificato il panico, lasciando interi quartieri isolati mentre l’operazione era ancora in corso.
Le organizzazioni locali segnalano un aumento delle richieste di aiuto: alloggi temporanei, cure mediche, beni essenziali. È il lato meno visibile delle operazioni militari, quello che inizia quando le telecamere si spostano altrove.
Le reazioni e le domande aperte
A livello internazionale crescono le richieste di chiarimenti. Diversi governi e organizzazioni per i diritti umani chiedono trasparenza, dati verificabili, un’indagine indipendente sugli effetti dell’operazione sui civili. La cattura di un presidente è un evento politico enorme, ma non cancella le responsabilità verso chi vive nei luoghi colpiti.
Il Venezuela, oggi, è un Paese sospeso. Da una parte la fine di un’era politica, dall’altra le macerie nei quartieri popolari. In mezzo, le persone di Catia La Mar, che non discutono di geopolitica ma di come ricostruire, di dove dormire stanotte, di chi manca all’appello.