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Crans-Montana, i nomi dei sei ragazzi italiani dispersi e l’attesa

- di: Marta Giannoni
 
Crans-Montana, i nomi dei sei ragazzi italiani dispersi e l’attesa
Crans-Montana, la notte del rogo: sei italiani dispersi e l’attesa
Dal locale vip al buio di fumo: indagini, identificazioni difficili e famiglie appese a una parola.

(Foto: fotomontaggio della strage di Crans-Montana)

Quando la festa finisce di colpo, non resta nemmeno il tempo di capire. A Crans-Montana, località svizzera abituata a brindisi e piste perfette, il Capodanno si è trasformato in una corsa cieca nel fumo. Il rogo scoppiato nel locale “Le Constellation” ha lasciato un bilancio pesantissimo e una scia di domande: come può un luogo di divertimento diventare una trappola in pochi minuti? E perché, a distanza di ore, ci sono ancora persone senza un nome e famiglie senza una risposta?

Il quadro generale è in evoluzione, ma i numeri diffusi nelle ultime ore dalle autorità e rilanciati dai media internazionali delineano una delle tragedie più gravi degli ultimi anni in Svizzera: circa 40 vittime e oltre cento feriti, molti dei quali in condizioni critiche. Tra i feriti ci sono cittadini di diversi Paesi europei, inclusa l’Italia, e la rete dei trasferimenti verso i centri per grandi ustionati si è attivata subito, a ritmo d’emergenza.

Che cosa è successo: la scintilla, il soffitto e il fumo che acceca

Le ricostruzioni convergono su un punto: il fuoco si è propagato con una rapidità devastante. Tra le ipotesi principali al vaglio, riferite dagli investigatori e rilanciate nelle ultime ore, c’è quella di un innesco legato ai festeggiamenti: candeline scintillanti (sparklers) usate su bottiglie di champagne e avvicinate a un soffitto con materiali potenzialmente combustibili o fonoassorbenti. In scenari del genere, la differenza la fa l’aria: quando le fiamme “prendono” un rivestimento, il fumo diventa una parete e la visibilità si azzera.

Chi è riuscito a uscire parla di confusione totale, con persone che cercavano l’uscita a tentoni e altri che tentavano di aiutare chi era rimasto intrappolato. Un sopravvissuto ha raccontato di essersi salvato “rompendo una finestra” dopo minuti interminabili in cui pensava di non farcela. La dinamica è oggetto di verifiche tecniche: materiali, impianti, capienza, vie di fuga, gestione dell’emergenza. Ogni dettaglio, ora, pesa come piombo.

L’indagine: dall’incendio colposo alle responsabilità

Le autorità svizzere hanno impostato l’inchiesta su più binari: accertare la causa e capire se ci siano state negligenze nella prevenzione o nella gestione. In parallelo, si parla di fascicoli che includono ipotesi legate a omicidio colposo e lesioni in relazione a quanto accaduto. È una fase in cui gli investigatori lavorano su testimonianze, filmati, sopralluoghi, documentazione edilizia e antincendio: non solo “che cosa” è successo, ma “perché” non si è riusciti a evitarlo o contenerlo.

Un elemento torna in molte testimonianze: la densità di persone nel locale e la difficoltà, in mezzo al fumo, di orientarsi. L’evacuazione, in casi simili, è un equilibrio delicatissimo tra tempo e spazio. Se la sala è piena e la visibilità crolla, anche pochi secondi diventano un muro.

I dispersi italiani: sei nomi e mille telefonate

Per l’Italia la ferita è doppia, perché tra le persone ancora non rintracciate ci sono sei giovani. E quando i dispersi sono adolescenti, la cronaca si trasforma in un nodo alla gola. Nelle ultime ore, il Ministero degli Esteri ha confermato la cifra: sei dispersi, con la speranza che possano essere tra i ricoverati non ancora identificati.

Questi i nomi circolati nelle ricostruzioni e negli aggiornamenti:

  • Chiara Costanzo, 16 anni
  • Giovanni Tamburi, 16 anni
  • Emanuele Galeppini, 17 anni
  • Achille Barosi, 16 anni
  • Riccardo Minghetti, 16 anni
  • Giuliano Biasini, età non comunicata

Il punto è che, in un incendio con ustioni gravissime, l’identificazione può richiedere tempo. E qui la burocrazia non è un nemico: è la procedura che garantisce certezza, soprattutto quando le condizioni rendono impossibile un riconoscimento immediato.

Il limbo dei “non identificati”: perché la speranza resta accesa

È la frase che rimbalza tra i parenti: “forse è tra i feriti non identificati”. In una notte con decine di ambulanze, elicotteri, trasferimenti tra cantoni e oltre confine, può succedere che una persona arrivi in ospedale senza documenti e senza accompagnatori in grado di fornire un nome. Con ustioni estese, a volte, anche parlare è difficilissimo.

Per questo il lavoro sulle liste procede a incastri: dati sanitari, orari di trasferimento, triage, registri, contatti consolari. Nel frattempo le famiglie vivono in un corridoio emotivo stretto. Un padre, davanti al centro di accoglienza, ha sintetizzato così la sensazione di impotenza: “Non ci dicono nulla, siamo appesi a una speranza”.

La notte dei soccorsi: triage al caldo, elicotteri e trasferimenti

La macchina dei soccorsi si è mossa su più livelli: vigili del fuoco, ambulanze, elisoccorso, personale medico. Tra i dettagli emersi, ce n’è uno che fotografa la concretezza dell’emergenza: per evitare che i sopravvissuti restassero al gelo, uno spazio al chiuso è stato messo a disposizione per il triage, trasformando una sede locale in un punto di prima assistenza, luce e calore. Fuori, la temperatura invernale rendeva tutto più duro: chi usciva dal locale spesso era in abiti leggeri, e qualcuno si riparava con ciò che trovava.

Nel frattempo, le strutture sanitarie hanno attivato la rete dei centri grandi ustionati. I trasferimenti non sono un dettaglio logistico: sono parte della terapia. Quando i feriti sono tanti e gravi, bisogna distribuire i pazienti dove ci sono posti letto, sale operatorie, rianimazioni e équipe specializzate.

I feriti italiani: dall’ospedale svizzero al Niguarda

Secondo gli aggiornamenti istituzionali, tredici italiani sono risultati ricoverati, alcuni in Svizzera e altri trasferiti in Italia, in particolare a Milano. Tra i casi raccontati nelle ultime ore c’è quello di Manfredi Marcucci, 16 anni: un padre lo ha trovato vivo, con ustioni a schiena e nuca, e lo ha portato in ospedale con altri due ragazzi. La sua storia è diventata la scena opposta alla disperazione: l’attimo in cui un genitore, per puro istinto, riesce a strappare qualcuno al caos.

Tra i feriti gravi figura anche Chian Talingdan, sedicenne studente a Milano, alla sua prima vacanza a Crans-Montana. Un parente ha riferito che un soccorritore gli è rimasto accanto senza lasciarlo mai solo. In mezzo alle sirene, un gesto del genere diventa ancora più potente: una presenza, una mano, un punto fermo mentre tutto crolla.

E poi ci sono gli adulti: Alessandra Galli De Min, medico di 55 anni, inizialmente non rintracciata, è risultata ricoverata con ustioni gravi. Un’altra storia è quella di Eleonora Palmieri, veterinaria trentenne: la famiglia avrebbe scoperto solo dopo ore che era in Svizzera e che era rimasta ferita nel rogo. In questi casi la cronaca è fatta anche di dettagli minuti: una chiamata che non arriva, una lista aggiornata, un nome che appare all’improvviso.

Il locale vip e la domanda inevitabile: sicurezza adeguata?

“Le Constellation” era raccontato come un punto caldo della notte, un posto “da Capodanno”, luci e musica nella località di lusso. Proprio per questo, adesso, la domanda corre veloce: era tutto a norma? Il tema dei materiali interni e della reazione al fuoco è centrale nelle ricostruzioni. Anche la gestione delle vie di fuga, della capienza e dei dispositivi antincendio finisce inevitabilmente sotto la lente.

In queste ore gli investigatori stanno verificando conformità e procedure. È un passaggio tecnico ma decisivo, perché da lì dipende l’eventuale catena delle responsabilità: non solo “c’è stata una scintilla”, ma se quella scintilla ha trovato terreno fertile per errori evitabili.

Il lutto in Svizzera e la comunità sotto shock

La tragedia ha scosso l’intero Paese. Dalle istituzioni svizzere sono arrivati messaggi di cordoglio e, secondo le cronache locali, anche decisioni simboliche legate al rispetto del lutto nazionale. Nella località alpina si sono moltiplicate veglie e momenti di raccoglimento: fiori, candele, biglietti. La montagna, di solito rumorosa di sci e brindisi, si è ritrovata improvvisamente silenziosa.

È stato annunciato anche un momento di commemorazione nei prossimi giorni. In parallelo, prosegue l’identificazione delle vittime: in casi con ustioni molto estese, gli accertamenti possono richiedere analisi odontologiche e test del DNA. È una delle parti più crude della storia, ma anche quella che restituisce certezza alle famiglie: la verità, anche quando fa male, è l’unico punto fermo possibile.

La cronaca che diventa rete: consolati, ospedali e famiglie

Per l’Italia, oltre alle strutture sanitarie, si è attivata la rete consolare: contatti con gli ospedali, supporto alle famiglie, incrocio di liste, verifiche di identità. In giornate così, il “numero” dei dispersi è una fotografia che cambia: qualcuno viene rintracciato, qualcuno risponde dopo ore, qualcuno risulta ferito in un ospedale lontano. Ma finché restano nomi senza posizione certa, l’ansia non molla.

Ed è qui che la cronaca mostra il suo lato più umano: non solo la tragedia collettiva, ma le micro-storie. L’amico che perde di vista l’amico nel fumo. Il telefono scarico. Il genitore che parte nel cuore della notte. Il soccorritore che resta accanto a un ragazzo spaventato. In mezzo a un disastro, sono questi gesti a fare la differenza tra la vita e la fine.

Che cosa succede adesso

Nelle prossime ore si giocheranno tre partite in parallelo:

  • Sanitaria: stabilizzare i feriti gravi e gestire i trasferimenti nei centri ustioni.
  • Investigativa: ricostruire l’innesco e verificare eventuali responsabilità su materiali e sicurezza.
  • Identificazione: dare un nome a chi ancora non ce l’ha, riducendo l’area del “forse”.

Per le famiglie dei sei dispersi italiani, però, tutto si riduce a una sola cosa: la chiamata che sblocca la notte infinita. Fino ad allora, quella parola resta lì, sospesa. E fa più rumore delle sirene.

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