Caracas si è svegliata con una sola ossessione: non farsi spezzare. All’indomani dell’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, il Venezuela prova a ricompattarsi attorno ai suoi centri di potere – esercito, governo, apparato politico – e a trasformare lo shock in un messaggio: la catena di comando resta in piedi, l’ordine interno non deve collassare.
Il punto è che, stavolta, la crisi non è “solo” venezuelana. È una contesa che tocca sovranità, diritto internazionale, sicurezza regionale e soprattutto energia: quando il petrolio entra in scena, anche le frasi diventano più taglienti.
Il “day after” e l’appello all’ordine
La prima reazione ufficiale, a Caracas, ha avuto il tono di un richiamo militare e insieme di una rassicurazione politica: riportare la gente alla normalità, invitare a riprendere le attività quotidiane, ribadire che lo Stato è operativo. Nella narrativa interna, l’azione americana è descritta come un colpo esterno e, di conseguenza, la risposta deve essere unitaria.
Da qui l’allineamento immediato tra forze armate e leadership chavista: un passaggio cruciale perché, nei momenti di vuoto al vertice, il rischio principale non è la diplomazia ma la frammentazione del potere.
Rodríguez ad interim: continuità, ma con l’ombra del sospetto
La Corte Suprema ha indicato Delcy Rodríguez come guida ad interim. È una scelta che, nel campo chavista, serve a comunicare continuità istituzionale; ma fuori, e in parte anche dentro, apre un’altra partita: quella delle interpretazioni.
In queste ore rimbalza una domanda velenosa: Rodríguez è una traghettatrice per evitare il caos o un punto di contatto utile a Washington? L’idea del “tradimento” – sussurrata nei corridoi e gridata sui social – nasce proprio dal fatto che gli Stati Uniti la considererebbero interlocutrice praticabile. In pubblico, però, la linea a Caracas resta rigidissima: la legittimità politica si appoggia sull’argomento della continuità e sul rifiuto della “tutela” straniera.
La piazza chavista: bandiere, Miraflores e identità di blocco
Le manifestazioni davanti al palazzo presidenziale hanno un significato che va oltre i numeri: mettono in scena l’idea di una comunità politica assediata. Per il chavismo, il palazzo non è soltanto una sede istituzionale, è un simbolo. E in un momento in cui l’avversario è percepito come esterno e potente, il simbolo diventa il luogo dove dire: “siamo ancora qui”.
In parallelo, i vertici politici più duri spingono sulla lettura classica: l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe dividere l’apparato militare e far saltare l’equilibrio interno. Tradotto: non bisogna concedere crepe, neanche piccole.
Washington alza il tono: “transizione” e leva energetica
Dall’altra parte, la Casa Bianca rivendica l’operazione come un atto necessario e prova a incorniciarla nella parola che, in geopolitica, è sempre un coltello a doppio taglio: transizione. Il messaggio americano, nelle sue diverse sfumature, oscilla tra l’idea di un Paese “liberato” e quella di un Paese “da mettere in sicurezza”.
Il nodo, però, è l’energia. Il Venezuela è una potenza petrolifera con infrastrutture in difficoltà e una storia di sanzioni, crisi e negoziati interrotti. Se la crisi apre uno spiraglio su concessioni, contratti e accesso al mercato, l’interesse economico rischia di diventare il vero motore delle mosse future – e il punto più esplosivo del confronto.
ONU e capitali: condanne, cautela e paura del precedente
La reazione internazionale si muove su due binari. Da un lato c’è chi condanna l’intervento come violazione della sovranità e del diritto internazionale; dall’altro chi, pur non benedicendo apertamente l’azione, evita frasi definitive e chiede “de-escalation”, cioè tempo, negoziato, canali aperti.
La preoccupazione più grande non è solo il Venezuela: è il precedente. Se un’operazione di questo tipo diventa normalità, molti governi temono un mondo ancora più instabile, dove la forza anticipa qualsiasi cornice multilaterale.
Il conto umano: morti, feriti e la miccia sociale
Sul terreno, il dato più duro è quello delle vittime. Le stime iniziali parlano di oltre ottanta morti durante e dopo l’operazione. In un Paese già provato da crisi economica, migrazioni e polarizzazione, il rischio è che il dolore diventi miccia: vendetta, repressione, nuovi scontri tra fazioni.
È qui che si misura la tenuta dell’interim: non tanto nelle dichiarazioni, quanto nella capacità di evitare che l’emergenza degeneri in guerra urbana o in spirale di arresti e contro-arresti.
Scenario elezioni: la Costituzione e la partita del calendario
Nel quadro costituzionale, un governo ad interim dovrebbe portare a elezioni entro un periodo definito. Ma tra teoria e pratica c’è una distanza enorme: sicurezza interna, riconoscimento internazionale, partecipazione dell’opposizione, controllo dei media e garanzie sui risultati.
Il paradosso è che, proprio mentre Caracas rivendica autonomia, la pressione esterna – economica e diplomatica – potrebbe di fatto influenzare il calendario e le condizioni del voto. E ogni giorno che passa aumenta la domanda: chi certifica la legittimità di ciò che accadrà?
Il rischio escalation: “seconda fase” o compromesso?
Il futuro si gioca su un bivio: compromesso o nuova escalation. Se Washington giudicasse inaffidabile l’interim o se a Caracas prevalesse una linea totalmente impermeabile a qualsiasi negoziato, la tensione potrebbe salire. Dall’altra parte, la storia recente mostra che la diplomazia, quando entra in campo l’energia, spesso rientra dalla finestra anche dopo essere uscita dalla porta.
Di certo, il Venezuela sta cercando di far passare un concetto semplice e aggressivo: l’azione americana non ha prodotto il collasso immediato, e dunque il Paese – almeno per ora – reagisce come un blocco unico.
Voci e commenti
"La priorità di Caracas è impedire fratture nelle forze armate: se quel fronte tiene, l’interim può guadagnare tempo", è la lettura di analisti regionali citati da osservatori internazionali nelle prime ore della crisi.
"Il vero test sarà la gestione del dopo: sicurezza, economia e legittimità politica non si ripristinano con un comunicato", sottolineano fonti diplomatiche europee che chiedono canali multilaterali.