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Ucraina, i numeri smontano l’offensiva russa: Putin bluffa

- di: Jole Rosati
 
Ucraina, i numeri smontano l’offensiva russa: Putin bluffa

Mosca parla di avanzata totale, ma mappe e dati indipendenti mostrano progressi minimi e costi enormi. Tra proclami, mappe OSINT e perdite: perché l’“avanzata” russa è più racconto che realtà.

La guerra in Ucraina ha due fronti: quello che si misura in chilometri, droni e trincee, e quello che si misura in frasi a effetto. Sul secondo, la Russia continua a premere sull’acceleratore: Mosca ripete di “avanzare ovunque”, come se la mappa fosse un tappeto da arrotolare in direzione di Kyiv. Ma quando si scende dal podio e si entra nei numeri, la scenografia perde brillantezza.

Il messaggio politico è martellante: il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha sostenuto che per l’Ucraina il “corridoio decisionale” si starebbe restringendo, insinuando che il tempo giochi contro Volodymyr Zelensky e che l’unica via d’uscita sia accettare condizioni più dure di quelle discusse con gli Stati Uniti. Tradotto: “arrendetevi ora, o sarà peggio”.

Il problema, per il Cremlino, è che l’aritmetica è meno malleabile della retorica. In queste settimane diverse ricostruzioni indipendenti, basate su mappature OSINT e verifiche sul terreno, hanno ridimensionato i presunti balzi in avanti. E il punto non è negare che la Russia conquisti porzioni di territorio: è capire quanto, a che prezzo e con quale ritmo.

L’episodio più citato è la dichiarazione del capo di Stato maggiore russo Valery Gerasimov, secondo cui nelle prime due settimane di gennaio 2026 le truppe avrebbero preso oltre 300 km². Le mappature attribuite all’Institute for the Study of War (ISW) e riprese da rassegne e centri di analisi occidentali arrivano a un dato molto diverso: l’aumento di “presenza” russa verificabile tra fine dicembre e il 13 gennaio sarebbe nell’ordine di 73,82 km², circa un quarto della cifra sbandierata. In altre parole: tre quarti della fanfara restano senza riscontro.

Un dettaglio spesso sottovalutato: non sempre “presenza” equivale a “controllo consolidato”. Nella guerra di droni, artiglieria e incursioni, un’infiltrazione può far alzare una bandiera per un video e sparire il giorno dopo. Ed è qui che propaganda e realtà si sfidano: la prima vive di annunci; la seconda, di linee tenute, logistica, rotazioni e perdite.

Sul terreno, la lentezza è anche figlia del metodo. Diversi osservatori descrivono una pressione russa fatta di assalti di fanteria, avanzate spezzettate e attacchi ripetuti per erodere posizioni, più che di manovre meccanizzate capaci di sfondare e correre. È una strategia che può mordere, ma consuma moltissimo: uomini, mezzi, tempo. E soprattutto non garantisce il risultato che la comunicazione ufficiale promette: un collasso rapido delle linee ucraine.

Non è solo questione di quanto si avanza, ma di come si racconta. L’analisi più pungente arriva persino dal lato russo: in uno dei report più discussi in questi giorni, il think tank Critical Threats segnala critiche interne di milblogger e canali vicini all’apparato, che accusano comandanti e strutture locali di inviare a Mosca “bei rapporti” e ricostruzioni “abbellite”, specie in aree simboliche come Kupyansk. Il sottotesto è velenoso: se la base smentisce il vertice, la narrazione diventa un boomerang.

In parallelo, il Cremlino prova a incorniciare la guerra in chiave “difensiva”: a fine 2025 Reuters ha riportato dichiarazioni di Gerasimov su una “zona cuscinetto” da ampliare nelle regioni di Sumy e Kharkiv, giustificata come protezione per Kursk e Belgorod. Zelensky ha bollato questa logica come un pretesto per nuove acquisizioni territoriali: la formula “sicurezza” diventa un passepartout per spostare il confine più in là.

Ma i numeri aggregati raccontano una guerra che, dopo l’urto del 2022, è entrata in una lunga fase di attrito. Nel testo di partenza fornito alla redazione (pubblicato il 17 gennaio 2026) vengono citate stime secondo cui, al picco di marzo 2022, le forze russe arrivarono a controllare oltre un quarto del territorio ucraino, per poi scendere dopo le controffensive e stabilizzarsi negli anni successivi con variazioni limitate. Dati come questi non fotografano “chi vincerà”, ma spiegano perché gli slogan di un’avanzata inarrestabile suonino fuori scala rispetto all’andamento reale della linea del fronte.

Un’altra misura utile arriva da un approccio diverso: le rassegne analitiche che ricompongono le variazioni territoriali mensili su base OSINT. Russia Matters, ad esempio, riporta che nel 2025 i guadagni russi sarebbero stati nell’ordine di circa 0,93% dell’Ucraina (inclusa la Crimea) se misurati come “net territorial control” su dati attribuiti alla mappatura ISW. Numeri piccoli, se confrontati con la narrazione “valanga”. Numeri enormi, se pensati come costo umano e materiale per ottenerli.

La partita, intanto, si sposta anche sul tavolo diplomatico. In un passaggio molto politico, Associated Press ha riportato la linea del Cremlino che sposa l’idea secondo cui sarebbe l’Ucraina a frenare un accordo, mentre Donald Trump insiste sul fatto che Putin sarebbe “pronto a fare un deal”. È un frame comodo per Mosca: se la pace non arriva, la colpa è di Kyiv. Peccato che, nello stesso racconto internazionale, molte capitali europee e diversi analisti ribaltino l’accusa: la Russia negozierebbe “a tempo”, mentre continua a colpire e a cercare vantaggi sul campo.

Qui sta il cuore del “bluff”: la propaganda non dice solo “stiamo vincendo”, dice anche “non avete alternative”. Eppure la somma delle fonti aperte disponibili in questi giorni suggerisce un quadro più grigio, e quindi più realistico: avanzate spesso marginali, pressione intensa, una guerra che cambia villaggi e linee in modo intermittente, e un prezzo altissimo pagato in continuità operativa e vite.

In questo contesto, le dichiarazioni servono a orientare la percezione: verso l’opinione pubblica russa, verso i partner esterni, verso gli indecisi europei, verso gli alleati di Kyiv. È comunicazione strategica: far sembrare inevitabile ciò che, nei fatti, appare lento, contestato e continuamente rimesso in discussione. Il fronte resta durissimo, ma la “marcia trionfale” raccontata dai megafoni ufficiali, almeno per ora, non trova nei dati lo stesso entusiasmo.

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