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Davos troppo stretta: il Wef valuta il trasloco e l’ipotesi sedi a rotazione

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Davos troppo stretta: il Wef valuta il trasloco e l’ipotesi sedi a rotazione

FOTO: Alexey M. - CC BY-SA 4.0

Il World Economic Forum potrebbe non avere più Davos come casa unica. I vertici del Wef stanno valutando se spostare il meeting annuale più importante dell’organizzazione, preoccupati che l’evento abbia superato le capacità della tradizionale sede alpina. L’indiscrezione arriva dal Financial Times e apre uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: il summit globale che per quasi sei decenni ha trasformato un piccolo villaggio svizzero nel centro nevralgico del potere economico e politico internazionale potrebbe cambiare indirizzo.

Davos troppo stretta: il Wef valuta il trasloco e l’ipotesi sedi a rotazione

Il dossier è finito sul tavolo di Larry Fink, presidente di BlackRock e co-presidente ad interim del consiglio di amministrazione del Wef. In colloqui privati, Fink avrebbe discusso diverse opzioni, tra cui lo spostamento definitivo del summit o l’utilizzo di sedi a rotazione. Tra le città prese in considerazione figurano Detroit e Dublino, mentre nel ragionamento più ampio entrano anche metropoli simboliche della nuova economia globale come Giacarta e Buenos Aires.

Il punto non è solo logistico. È politico, economico e reputazionale. Davos è diventata un marchio, ma anche un bersaglio: negli anni il forum è stato criticato perché percepito come troppo elitario e distante dalla vita reale, un appuntamento che riunisce capi di Stato, top manager e grandi investitori, ma che fatica a intercettare la complessità sociale dei territori e delle filiere produttive che “costruiscono” davvero il mondo contemporaneo.

Dalla vetrina delle élite al bisogno di cambiare pelle
Secondo quanto ricostruito, Fink avrebbe spinto per un ripensamento del formato e del posizionamento del Wef, sostenendo che l’accesso debba estendersi oltre i leader politici e imprenditoriali che tradizionalmente partecipano agli incontri. In un post sul suo blog, ha scritto che il forum dovrebbe “iniziare a fare qualcosa di nuovo: presentarsi – e ascoltare – nei luoghi in cui il mondo moderno è effettivamente costruito”.

È qui che Davos diventa un simbolo ambivalente. Da una parte è la “capitale” del networking globale, dall’altra rischia di incarnare l’idea di un potere che discute di transizione digitale, manifattura avanzata, catene del valore e disuguaglianze, restando però fisicamente e culturalmente isolato in un contesto alpino esclusivo e complesso da raggiungere. Detroit, con la sua storia industriale e la sua riconversione, e Dublino, con il suo ruolo nei servizi e nella tecnologia, rappresentano invece due modelli opposti ma coerenti con l’economia reale: produzione e innovazione, lavoro e capitale.
Il Wef, in questa lettura, si trova davanti a un bivio: restare un evento di rappresentanza, oppure trasformarsi in una piattaforma più “diffusa”, capace di attraversare i luoghi in cui si giocano davvero le grandi partite economiche del presente.

Un evento vittima del suo successo: infrastrutture al limite
C’è poi un dato concreto che pesa più di ogni analisi: Davos non regge più. Un dirigente senior interno del Wef, dopo aver aspettato tre ore e mezza nel traffico per entrare nel villaggio sciistico durante l’evento di questa settimana, avrebbe riconosciuto che la sede storica si sta dimostrando inadeguata rispetto alle dimensioni raggiunte dal forum.

Oggi il vertice di cinque giorni attira regolarmente decine di migliaia di partecipanti, tra invitati ufficiali, staff, delegazioni, operatori media, stakeholder della società civile e grandi aziende. Il risultato è un impatto crescente sulle infrastrutture locali: carenza di alloggi, costi della sicurezza sempre più elevati, spazi fisici limitati e un sistema di mobilità che, per quanto organizzato, non può reggere una domanda in continuo aumento.
Non a caso, una fonte citata dal Financial Times ha sintetizzato così il problema: il forum è “diventato vittima del suo stesso successo”. Un paradosso tipico degli eventi globali: più crescono, più rischiano di perdere funzionalità e senso, trasformandosi in macchine pesanti da gestire e in simboli facili da contestare.

Sedi a rotazione: l’ipotesi che cambia la geopolitica del networking
L’idea di sedi a rotazione è la più dirompente. Significherebbe “decentralizzare” Davos e trasformare il Wef in un evento itinerante, con un impatto potenzialmente enorme su sponsor, agenda politica, logistica e persino sul modo in cui i leader scelgono di partecipare. Detroit e Dublino sarebbero due opzioni immediate, ma l’apertura a città come Giacarta e Buenos Aires segnala un’ambizione più ampia: spostare il baricentro del dibattito anche verso aree del mondo dove la crescita demografica, industriale e tecnologica sta ridisegnando gli equilibri globali.

Il nodo, ora, è capire se il Wef riuscirà a compiere questa trasformazione senza perdere ciò che Davos rappresenta: una piattaforma di incontro unica per densità di potere e velocità di connessioni. Ma la pressione è evidente: tra record di presenze, critiche sull’élite globale e limiti strutturali del villaggio svizzero, il forum sembra costretto a scegliere se restare un simbolo del passato o diventare un laboratorio del futuro.

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