C’è un momento, a Piazza Affari, in cui l’aria cambia: non è un dato macro, non è un tweet, non è una banca che “spara” un titolo. È il calendario. E in queste settimane il calendario del settore bancario italiano assomiglia a una miccia corta: arrivano i conti dell’intero 2025, subito seguiti da piani industriali e, sullo sfondo, da un risiko che non si spegne mai davvero.
Il motivo è semplice: dopo un anno di rally e di utili che hanno retto meglio del previsto, il mercato vuole capire se la storia continua con la stessa intensità. La domanda non è “quanto hanno guadagnato”, ma “quanto possono restituire” senza indebolire la struttura. Tradotto: dividendi, buyback e la qualità del capitale. E qui il settore gioca in casa, perché i coefficienti patrimoniali restano un biglietto da visita potente quando si parla di distribuzione e flessibilità strategica.
Il mese di febbraio, in particolare, concentra appuntamenti chiave che valgono come un test collettivo. Intesa Sanpaolo ha fissato al 2 febbraio 2026 la presentazione dei risultati 2025 insieme al nuovo piano. UniCredit porterà in consiglio i conti del quarto trimestre e dell’intero esercizio il 8 febbraio 2026, con presentazione al mercato il 9 febbraio 2026. Banco BPM ha indicato il 5 febbraio 2026 come data di consiglio per l’approvazione dei risultati economici e patrimoniali al 31 dicembre. Tre tappe in una manciata di giorni: abbastanza per orientare — in blocco — aspettative su payout, disciplina sui costi e obiettivi 2026-2028.
Sul tavolo, per gli analisti, c’è una dinamica che ha tenuto in piedi la redditività anche mentre il margine d’interesse iniziava a perdere slancio dal picco: più commissioni, costi sotto controllo, e un’attenzione chirurgica alla qualità dell’attivo. In molti report la parola chiave è resilienza. Non perché il contesto sia privo di rischi, ma perché il settore ha dimostrato di saper spostare il baricentro: quando il “vento dei tassi” si attenua, entra in gioco la capacità di macinare ricavi non da interessi e di proteggere i margini con efficienza operativa.
L’altra leva, ancora più sensibile, è il capitale. In una lettura diffusa tra agenzie e case d’investimento, le banche italiane arrivano a questo passaggio con un surplus rispetto ai target di lungo periodo, elemento che si traduce in libertà di manovra: più spazio per distribuire, ma anche più opzioni per eventuali operazioni straordinarie. "Le banche italiane mantengono un surplus di capitale rispetto agli obiettivi minimi di lungo termine, il che garantisce loro flessibilità strategica": è la sintesi attribuita a Alessandro Boratti, analista di Scope Ratings, ed è una frase che spiega perché il mercato tende a guardare al settore come a un blocco — prima ancora che alle singole storie.
Anche le banche d’affari, nel tratteggiare lo scenario 2026, insistono su un punto: la distribuzione agli azionisti non è più un “extra”, ma un cardine del posizionamento. In un recente aggiornamento settoriale, Barclays ha indicato per l’anno una tenuta del margine d’interesse e un progresso delle commissioni, con redditività elevata e coefficienti destinati a restare solidi. Non è solo una previsione tecnica: è una cornice narrativa che rende ogni annuncio su buyback e dividendi un vero catalizzatore, perché cambia la percezione del “quanto” e del “per quanto” la distribuzione sia sostenibile.
Ma qui entra in campo la variabile che rende questa stagione più frizzante del solito: il rischio-politica (non quello dei governi, quello delle sale riunioni). Governance, equilibri azionari, tensioni tra soci: temi che, quando emergono, riescono a spostare il baricentro del racconto dall’economia alla strategia. Il caso più osservato è quello di Monte dei Paschi di Siena, che nelle ultime settimane è tornata al centro dell’attenzione internazionale per le discussioni interne sulla conferma del vertice e per le frizioni tra azionisti di peso.
Secondo ricostruzioni di stampa finanziaria internazionale, il Ministero dell’Economia e delle Finanze avrebbe un orientamento favorevole alla continuità alla guida della banca, mentre altri grandi soci esprimerebbero valutazioni differenti sul percorso e sulle priorità. In parallelo, il tema delle possibili combinazioni nel settore resta sullo sfondo come rumore di fondo permanente: basta una voce, una smentita, una frase in conference call per riaccendere speculazioni e far diventare “strategico” anche un semplice dettaglio di calendario.
Ecco perché, oggi, parlare del settore significa parlare di un equilibrio a tre: profitti (quanto reggono senza il picco dei tassi), capitale (quanto resta dopo i ritorni agli azionisti) e credibilità (quanto sono difendibili le promesse dei piani industriali). Il rischio, per le banche, non è fare un trimestre “solo buono”: è offrire guidance tiepide o distribuire senza convincere sulla sostenibilità. Il premio, invece, è la fiducia: quella che trasforma i conti 2025 da fotografia a trampolino.
Nei prossimi giorni il mercato farà quello che sa fare meglio: pesare le parole. Non solo i numeri, ma i verbi — “aumentiamo”, “confermiamo”, “acceleriamo”, “valutiamo”. E in un settore che ha ritrovato centralità, la differenza tra entusiasmo e delusione può stare in un punto percentuale di payout o in una riga di piano industriale. Il conto alla rovescia è iniziato: stavolta la vera partita è dimostrare che la stagione dei buyback non è stata un colpo di scena, ma un nuovo standard.