La banca centrale polacca trasforma i lingotti in scudo geopolitico e punta più in alto.
C’è un sorpasso che vale più di un grafico: la Polonia ha messo il muso davanti alla Banca Centrale Europea sul terreno più antico e simbolico della finanza, l’oro. Il dato, negli ultimi mesi, è diventato una bandierina politica e una scelta di portafoglio insieme: la Narodowy Bank Polski (NBP) ha spinto le riserve auree oltre il livello della BCE e continua a segnalare che la strategia non è affatto finita, anzi.
La cifra “del sorpasso” che ha fatto il giro delle capitali europee è rimasta a lungo intorno alle 509,3 tonnellate per la NBP contro 506,5 tonnellate della BCE, valore che emerge anche dai documenti contabili dell’istituzione di Francoforte (bilancio 2024). Ma il punto, oggi, è la traiettoria: secondo ricostruzioni internazionali pubblicate il 20 gennaio 2026, Varsavia parla ormai di un livello “attorno” alle 550 tonnellate e soprattutto di un traguardo più ambizioso all’orizzonte.
Il volto della strategia è Adam Glapiński, governatore della NBP. In diverse occasioni ha descritto l’oro come un’assicurazione contro shock finanziari e scosse geopolitiche: “È un asset senza rischio di credito, indipendente dalle decisioni di politica monetaria di altri Paesi”. Il messaggio è chiaro: quando il mondo si complica, i lingotti “non votano”, non emettono, non fanno default.
Dietro la retorica, però, c’è una metamorfosi misurabile. Nel giro di meno di un decennio, le riserve auree polacche sono cresciute a un ritmo che in Europa si vede di rado, con un’accelerazione dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: un evento che ha reso improvvisamente molto concreto, per molte banche centrali, un timore fino ad allora teorico (sanzioni, congelamenti, vulnerabilità delle riserve denominate in valute estere).
Il tassello “globale” completa il quadro: il World Gold Council certifica che le banche centrali hanno acquistato 1.045 tonnellate di oro nel 2024, superando quota mille per il terzo anno di fila. In quel conteggio, la Polonia risulta tra i protagonisti: secondo il report pubblicato a febbraio 2025, la NBP è indicata come uno degli acquirenti più attivi dell’anno (con un contributo particolarmente rilevante al saldo complessivo).
E il trend non si è spento con il cambio di calendario. Gli aggiornamenti mensili del World Gold Council a inizio 2026 mostrano un ritmo di acquisti ancora sostenuto a livello mondiale, con la NBP spesso citata tra le banche centrali che tornano a “caricare” nei mesi in cui il mercato lo consente. La fotografia che ne esce è semplice: l’oro sta riconquistando un ruolo da “secondo pilastro” delle riserve ufficiali, accanto (e talvolta in competizione) con le principali valute.
Qui entra in gioco un dettaglio che per Varsavia è quasi un manifesto: la composizione delle riserve. Stime riportate da fonti finanziarie internazionali tra fine 2025 e inizio 2026 indicano che l’oro pesa circa il 22% delle riserve ufficiali polacche, già oltre un obiettivo interno che in passato era stato posizionato più in basso. E l’ambizione sembra salire: in autunno, indiscrezioni e dichiarazioni attribuite al vertice della banca centrale hanno fatto filtrare l’idea di portare il target più vicino al 30%.
Nel racconto di Varsavia, è una scelta di sovranità: l’oro non dipende da decisioni altrui, non è “promessa” di nessuno, e in un mondo dove anche i pagamenti possono diventare un’arma politica, viene percepito come più resistente. Il rovescio della medaglia, naturalmente, è che l’oro non rende interessi: quando i tassi reali salgono e le obbligazioni tornano appetibili, i lingotti diventano un investimento “che costa” in opportunità. Ma proprio per questo, l’oro viene trattato meno come un trade e più come un’ancora.
A rendere la scommessa più facile, negli ultimi anni, ci ha pensato il mercato: tra 2024 e 2025 le quotazioni hanno viaggiato su livelli eccezionalmente forti (con spinte alimentate da tagli dei tassi attesi/realizzati, domanda “rifugio” e frizioni geopolitiche). È il motivo per cui molte banche centrali, anche quando non “vendono”, vedono crescere il valore contabile delle riserve: lo stesso bilancio della BCE per il 2024 segnala un aumento del valore in euro delle sue disponibilità auree dovuto al prezzo.
C’è poi un altro capitolo, meno glamour ma decisivo: dove sta l’oro. La prassi moderna è un equilibrio tra custodia domestica e depositi nei grandi hub internazionali (come Londra e New York) che garantiscono liquidità operativa e facilità di regolamento. Varsavia, negli ultimi anni, ha più volte rimarcato l’importanza di mantenere una quota sotto controllo nazionale, senza rinunciare ai vantaggi logistici delle piazze globali.
La notizia che ha riacceso i riflettori, però, è soprattutto prospettica: il 20 gennaio 2026 diverse testate internazionali hanno riportato che la NBP avrebbe approvato un piano per spingere le riserve fino a 700 tonnellate. In questo scenario, la Polonia non punta solo a “battere” la BCE in una classifica simbolica, ma a entrare stabilmente in una fascia alta globale. In una formula attribuita al board della banca centrale: “Ci metterà nel gruppo d’élite dei dieci Paesi con le maggiori riserve d’oro”.
Che cosa cambia, davvero, per l’Europa? Nel breve, poco sul piano tecnico: la politica monetaria dell’area euro non si decide a colpi di lingotti. Ma sul piano politico e psicologico, il segnale è forte. Mentre l’Eurozona difende un impianto basato su istituzioni comuni e regole condivise, un grande Paese UE ma fuori dall’euro costruisce un “cuscinetto” che parla il linguaggio della prudenza nazionale. È anche un modo per dire agli investitori: “Siamo pronti a reggere turbolenze”.
Naturalmente, esiste un rischio di lettura opposta: accumulare oro in modo aggressivo può essere interpretato come sfiducia nelle valute e nelle istituzioni, oppure come reazione eccessiva a paure che potrebbero rientrare. Ma l’orizzonte di Varsavia sembra tarato su un mondo in cui l’eccezione (pandemie, guerre, crisi energetiche, fratture commerciali) rischia di diventare la nuova normalità.
In questo senso, la storia polacca non è solo polacca. È un capitolo della “nuova geografia” delle riserve: più oro, più diversificazione, più sensibilità al rischio geopolitico. E un messaggio che rimbalza tra i palazzi europei: se l’oro torna centrale, non è nostalgia. È strategia.