Il New York Times stima almeno 1,4 mld di profitti per i Trump dall’inizio del secondo mandato: cripto, licensing, big tech e il jet del Qatar. Contesto, reazioni e nodi legali.
Una cifra che suona come un titolo di borsa, ma riguarda la politica: 1,4 miliardi di dollari. È il totale minimo – documentabile, quindi per definizione prudente – con cui il New York Times ricostruisce i guadagni personali maturati da Donald Trump e dalla sua galassia familiare dall’avvio del secondo mandato. Il punto non è solo “quanto”, ma “come”: un mosaico di accordi commerciali, donazioni, transazioni in criptovalute e incassi legati a media e tech, intrecciati con il potere di governo.
Il board editoriale del quotidiano americano mette la questione in un frame brutale: se l’interesse pubblico dovrebbe essere la bussola della Casa Bianca, qui la bussola pare oscillare verso l’utile privato. E soprattutto, avverte, non si tratta di un bilancio definitivo: è una fotografia scattata con ciò che è tracciabile. Tradotto: potrebbe essere solo la parte emersa dell’iceberg.
Il capitolo più pesante, secondo la ricostruzione ripresa da più testate, è quello delle cripto: una stima di circa 867 milioni di dollari attribuiti a iniziative e asset riconducibili al mondo Trump. In parallelo, un’indagine di Reuters (fine 2025) descrive un vero “motore di cassa” globale legato alle vendite di token e a flussi internazionali: una dinamica che, per natura, riaccende l’allarme su trasparenza e potenziali canali opachi di influenza.
Nel dossier rientrano poi entrate più “classiche” ma non meno sensibili: il licensing del marchio Trump all’estero (stimato in decine di milioni), e una voce che ha fatto discutere per la sua valenza simbolica e politica: il jet da circa 400 milioni di dollari offerto dal Qatar e destinato – secondo le ricostruzioni pubbliche – a entrare nella filiera di Air Force One, con l’idea che possa poi transitare nell’orbita della fondazione presidenziale. Un regalo di questa portata, in un contesto geopolitico ipersensibile, è benzina sul fuoco di chi vede una linea troppo sottile tra diplomazia e beneficio personale.
Non finisce qui. Dentro la somma entrano anche incassi dal mondo media: tra i casi citati, l’accordo legato a un documentario su Melania Trump con Amazon – un dossier che diverse ricostruzioni collocano tra 2025 e inizio 2026, con cifre nell’ordine delle decine di milioni. A completare il quadro, si aggiungono somme attribuite a intese e transazioni con aziende tech e media, presentate da alcune sintesi come “settlement” o accordi economici: un tema scivoloso perché, se da un lato può rientrare nella normale dinamica legale e commerciale, dall’altro solleva la domanda: quanto pesa l’asimmetria di potere quando l’interlocutore siede nello Studio Ovale?
Il New York Times spinge sul tasto più delicato: la misurazione del danno democratico non si limita ai dollari. Se il confine tra decisione pubblica e interesse privato diventa indecifrabile, la conseguenza è una corrosione della fiducia. In altre parole: anche quando non si può dimostrare che una scelta politica sia “stata comprata”, il sospetto sistemico diventa esso stesso un fattore di delegittimazione.
Nel dibattito americano, il caso del jet qatariota è diventato un test di laboratorio. Da una parte, Doha ha respinto l’idea che l’offerta sia un tentativo di comprare favori, presentandola come un gesto “normale” tra alleati. Dall’altra, nel Congresso e tra gli esperti di etica pubblica, sono riemersi interrogativi su compatibilità costituzionale, opportunità politica e costi indiretti: perché anche l’eventuale adeguamento del velivolo agli standard presidenziali può tradursi in spese enormi a carico dei contribuenti.
È qui che la storia cambia tono: non è più solo “quanto hanno incassato”, ma “chi paga il contesto”. Nel coro delle critiche, il refrain è sempre lo stesso: i presidenti moderni sono inevitabilmente figure economiche, ma la presidenza non può diventare una leva di monetizzazione permanente. E nel coro delle difese, altrettanto prevedibile, domina la narrativa dell’attacco politico e della caccia alle streghe.
Il board del New York Times insiste su un passaggio chiave: l’elenco dei guadagni è costruito su elementi verificabili, ma non permette di sapere quante decisioni ufficiali siano state influenzate – anche solo in parte – dal tornaconto personale. “È proprio questo il problema”: perché l’opacità non è un dettaglio, è il cuore della questione. E quando il sospetto diventa strutturale, la politica smette di apparire come servizio e inizia a sembrare un mercato.
Resta la domanda finale, la più scomoda e la più semplice: se il potere pubblico può essere percepito come un acceleratore privato di ricchezza, quali anticorpi restano? Negli Stati Uniti la risposta passa da norme, disclosure, controlli e – soprattutto – dalla capacità delle istituzioni di far rispettare i confini. Ma la risposta più immediata, nel 2026, è già qui: la cifra 1,4 miliardi è diventata un’unità di misura politica. E la battaglia, ormai, è anche semantica: chiamarla “successo imprenditoriale” o “conflitto d’interessi” significa scegliere da che parte della democrazia guardare.