Amazon ammette che le tariffe volute da Donald Trump iniziano a comparire negli scontrini digitali: finite le scorte “cuscinetto”, la pressione si sposta sul consumatore.
Negli Stati Uniti l’effetto dei dazi smette di essere un grafico da economisti e diventa una notifica sullo schermo: prezzi che si muovono verso l’alto, anche su Amazon. A dirlo, senza giri di parole, è l’amministratore delegato Andy Jassy, che ha spiegato come le tariffe introdotte dall’amministrazione Trump stiano iniziando a riflettersi sui listini dopo mesi di “resistenza” sostenuta da scorte accumulate in anticipo all’inizio del 2025.
“Si inizia a vedere una parte dei dazi riflettersi su alcuni prezzi”, ha osservato Jassy, chiarendo che le strategie di assorbimento dei costi non possono reggere a lungo: quando finiscono le scorte comprate prima dei rincari, i magazzini vanno riforniti a condizioni più onerose e la differenza, prima o poi, arriva al cliente finale.
Il punto è proprio questo: per mesi l’impatto è rimasto attenuato da una sorta di “cuscinetto” logistico. Ma ora, con i riordini effettuati a prezzi maggiorati, la catena si tende. E dentro quella tensione ci sono migliaia di venditori terzi che operano sul marketplace: alcuni hanno già ritoccato i prezzi, altri provano a resistere comprimendo i margini pur di non frenare la domanda. Una scelta che, però, somiglia più a una tregua che a una soluzione.
Nel frattempo, diversi studi economici convergono su un dato cruciale: il costo delle tariffe tende a scaricarsi soprattutto sul consumatore statunitense. In pratica, la promessa che “pagano gli esportatori” si scontra con la realtà di mercato: se importare costa di più, la maggiorazione si insinua nel prezzo finale. E se il venditore prova a non trasferirla, spesso finisce per tagliare margini e investimenti, con effetti indiretti sulla competitività.
Il quadro si complica ulteriormente con la chiusura della scappatoia chiamata “de minimis”, quella che consentiva a molte spedizioni di basso valore di entrare negli USA senza dazi. La stretta, resa operativa con un ordine esecutivo, riduce drasticamente lo spazio di manovra per l’e-commerce internazionale: ciò che prima passava “leggero” ora incontra barriere, controlli e costi. Risultato: meno scorciatoie, più rincari potenziali.
Per i consumatori, l’effetto è doppio: da un lato aumentano i prezzi di una parte dei prodotti importati; dall’altro cresce la probabilità di vedere offerte più rare o meno aggressive, perché il margine promozionale si assottiglia. In questo scenario, non stupisce che molti acquirenti inizino a spostarsi verso alternative più economiche o verso marchi “entry level”, inseguendo sconti e private label.
“Se i costi aumentano del 10%, non ci sono molti margini per assorbirli”, è il ragionamento attribuito a Jassy nel suo intervento: un modo per dire che, oltre un certo livello, la tariffa diventa una tassa sul carrello. Amazon, da parte sua, ribadisce l’obiettivo di lavorare con i partner per mantenere i prezzi il più bassi possibile, ma ammette implicitamente che la leva non è infinita.
Dal lato delle imprese, la reazione è già in corso: diversificare la catena di fornitura, spostare produzioni e assemblaggi, rinegoziare contratti logistici, cercare nuovi Paesi di approvvigionamento. Strategie che richiedono tempo, investimenti e una certezza regolatoria che, in piena tensione commerciale, non sempre c’è. Nel breve, il rischio è una maggiore volatilità dei prezzi, con oscillazioni più frequenti e meno prevedibili.
Il messaggio finale, però, è chiaro: quando i dazi entrano davvero nel motore dell’e-commerce, non restano confinati alla geopolitica. Si trasformano in micro-aumenti diffusi, spesso difficili da notare singolarmente ma molto visibili nel totale. E a quel punto il dibattito smette di essere “chi vince la guerra commerciale” e diventa, più concretamente, “quanto costa riempire il carrello”.