Indagine Area Studi Legacoop - Ipsos: due italiani su tre non credono in un miglioramento del Paese. Paure diffuse su caro vita, disuguaglianze e instabilità globale.
Il 2026 si apre sotto il segno di una diffusa sfiducia collettiva. Gli italiani guardano al futuro del Paese con un misto di apprensione e disincanto, come se l’orizzonte fosse diventato improvvisamente più corto. La maggioranza non intravede spiragli di miglioramento per l’Italia e, anzi, percepisce un quadro complessivo destinato a rimanere fragile, se non a peggiorare. Emerge da una approfondita indagine di Area Studi Legacoop-Ipsos.
Il dato che colpisce di più è la sua trasversalità. Il pessimismo attraversa generazioni, territori e livelli di istruzione, ma assume contorni particolarmente netti nel ceto popolare, dove l’idea di un futuro migliore appare sempre più lontana. Qui la sensazione dominante è quella di essere esposti, senza reti di protezione sufficienti, a una serie di shock economici e sociali che si susseguono senza soluzione di continuità.
La percezione dello scenario economico nazionale resta fortemente negativa. Recessione e stagnazione sono considerate ipotesi più plausibili rispetto a una crescita stabile, mentre il costo della vita continua a rappresentare la principale fonte di ansia. L’aumento dei prezzi viene vissuto come una minaccia concreta e quotidiana, capace di erodere salari, pensioni e risparmi, soprattutto tra chi dispone di margini economici più ridotti.
Il timore del caro vita non è solo un dato economico, ma diventa un elemento identitario. Influisce sulle scelte di consumo, sui progetti familiari, sulla possibilità di pianificare il futuro. Per molti italiani l’idea stessa di migliorare la propria condizione appare bloccata da una spirale di spese incomprimibili, che rende ogni imprevisto potenzialmente destabilizzante.
Eppure, in questo quadro complessivo segnato dall’incertezza, emerge un paradosso. Se il giudizio sull’Italia come sistema è severo, la dimensione privata regge meglio. Famiglia, affetti, relazioni sociali e salute continuano a essere percepiti come ambiti relativamente solidi. È come se la fiducia, venuta meno nei confronti delle istituzioni e dell’economia, si fosse ritirata nello spazio più ristretto delle relazioni personali.
Questo “rifugio” nella sfera privata, però, non cancella le disuguaglianze. Le differenze tra ceto medio e ceto popolare restano marcate e, in alcuni casi, si accentuano. Nel primo prevale una moderata fiducia nella capacità di tenuta economica; nel secondo domina la preoccupazione per la stabilità del lavoro, la possibilità di dover accettare occupazioni precarie e la paura di scivolare ulteriormente verso il basso.
Il tema dell’esclusione sociale è centrale. Una parte significativa della popolazione sente di non partecipare pienamente ai benefici dello sviluppo, di essere tagliata fuori dalle opportunità e dalle decisioni che contano. Non si tratta solo di reddito, ma di riconoscimento, di accesso ai servizi, di possibilità reali di migliorare la propria condizione.
Simone Gamberini, presidente di Legacoop, legge questi dati come il segnale di una frattura profonda: “All’inizio di questo 2026 non possiamo ignorare un sentimento diffuso di incertezza che colpisce soprattutto il ceto popolare. Il timore del caro vita, la precarietà e il senso di esclusione sociale indicano una frattura che rischia di allargarsi se non si interviene con decisione”.
Secondo Gamberini, accanto alla paura emerge però anche una domanda di protezione e di comunità: “La volontà di difendere la dimensione familiare e relazionale è una conferma delle tensioni in atto, ma anche un elemento fondamentale di tenuta sociale. È da qui che bisogna ripartire per ricostruire fiducia e prospettive”.
Le preoccupazioni per il futuro non si fermano ai confini nazionali. In cima alla classifica dei timori figurano le guerre, percepite come una minaccia costante alla sicurezza e alla stabilità globale. Seguono i cambiamenti climatici, che continuano a preoccupare nonostante una lieve flessione dell’attenzione rispetto all’anno precedente, e la crescente concentrazione della ricchezza, vista come uno dei fattori principali di disuguaglianza.
Il peso delle tasse e dell’inflazione completa un quadro di ansie che si alimentano a vicenda. L’idea che i sacrifici richiesti non siano equamente distribuiti rafforza la sensazione di ingiustizia e contribuisce a erodere la fiducia nelle politiche pubbliche.
Non è un caso che, tra le parole chiave considerate decisive per il futuro, emergano pace, sicurezza e giustizia sociale. Sono termini che raccontano un bisogno profondo di stabilità, ma anche di equità e inclusione. La domanda che arriva dal Paese è chiara: non basta crescere, bisogna farlo in modo condiviso.
Quando si chiede agli italiani cosa non funzioni nella società di oggi, le risposte tornano sugli stessi nodi: conflitti armati, perdita di potere d’acquisto, mancanza di prospettive per i giovani e diffusione di un individualismo egoistico percepito come corrosivo del tessuto sociale.
Gamberini indica una direzione precisa: “Servono politiche pubbliche orientate alla coesione e alla giustizia sociale, alla promozione del lavoro di qualità e alla sostenibilità. Solo così è possibile ridurre le distanze, ricomporre il patto sociale e restituire al Paese una prospettiva di sviluppo più giusta e condivisa”.
Il riferimento critico alle scelte economiche più recenti è esplicito, così come la speranza che il nuovo anno possa segnare un cambio di passo. Il rischio, altrimenti, è che il pessimismo diventi strutturale, trasformandosi in rassegnazione.
Il messaggio che emerge con forza è semplice e al tempo stesso allarmante: senza risposte concrete alle fragilità economiche e sociali, l’Italia rischia di smarrire non solo la fiducia nel futuro, ma anche la capacità di immaginarlo. E un Paese che smette di credere nel domani è un Paese che si indebolisce, lentamente ma inesorabilmente.