A febbraio, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge che potrebbe segnare una svolta nella politica energetica italiana. Il provvedimento, promosso dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, delinea il quadro normativo per riportare l’energia nucleare nel mix energetico nazionale, con un obiettivo temporale già fissato: il ritorno dell’atomo entro il 2030. La strategia, per ora, guarda alle tecnologie di ultima generazione e in particolare ai piccoli reattori modulari (SMR), più sicuri, flessibili e meno impattanti rispetto ai grandi impianti del passato.
Nucleare: l'Italia riapre la partita
Si tratta di una scelta che ha implicazioni non solo industriali ma anche geopolitiche, economiche e ambientali. Un’inversione di rotta rispetto ai decenni precedenti, dopo che il referendum del 1987 aveva sancito l’uscita definitiva dell’Italia dal nucleare. La posta in gioco non è secondaria: garantire sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dall’estero e accelerare il percorso verso la decarbonizzazione.
Emissioni contenute ma costi ambientali non azzerati
Dal punto di vista ambientale, il nucleare continua a essere considerato una delle fonti più efficaci per ridurre le emissioni di gas serra. A reattore acceso, la produzione di energia non comporta rilascio di CO₂, un elemento che lo distingue nettamente dalle fonti fossili. Secondo l’IPCC, il bilancio complessivo – considerando l’intero ciclo di vita, dalla costruzione alla gestione delle scorie – si attesta tra 10 e 120 grammi di CO₂ per ogni chilowattora prodotto. Un dato significativamente inferiore rispetto agli 800-1000 grammi del carbone e ai 400-500 del gas naturale.
Tuttavia, un’analisi economica non può ignorare i costi latenti che il nucleare comporta. La gestione delle scorie radioattive, che richiede infrastrutture dedicate e soluzioni di lungo periodo, rappresenta una voce rilevante nel bilancio complessivo. Anche le fasi di estrazione e arricchimento dell’uranio, nonché la costruzione degli impianti, generano emissioni e costi ambientali non trascurabili. Ma il confronto con le fonti fossili resta, su questo fronte, nettamente favorevole al nucleare.
L’indipendenza energetica resta parziale
Uno degli argomenti che spingono il governo a riaprire la partita dell’atomo è la necessità di rafforzare l’autonomia energetica nazionale. La crisi del gas esplosa dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha messo in evidenza la vulnerabilità del sistema italiano: il 45% dell’elettricità prodotta nel Paese deriva dal gas naturale, contro il 15% della Germania e il 6% della Francia. Un peso che si riflette direttamente sui prezzi dell’energia e sulla bilancia commerciale.
L’atomo, in questo quadro, rappresenta un’opportunità per ridurre la dipendenza dal gas. Tuttavia, sarebbe un errore parlare di vera indipendenza. L’Italia non dispone di giacimenti di uranio e dovrà continuare a importare il combustibile. La differenza, però, è sostanziale: il mercato dell’uranio è più diversificato e meno esposto alle turbolenze geopolitiche. I principali fornitori sono Paesi come Canada, Australia e Kazakistan, garantendo un ventaglio più ampio rispetto al mercato del gas, storicamente dominato da pochi attori.
Gli SMR, scelti dal governo come tecnologia di riferimento, offrono anche un vantaggio operativo. Le dimensioni contenute degli impianti, unite alla maggiore flessibilità produttiva e alla ridotta necessità di combustibile, li rendono adatti a un sistema elettrico che deve essere sempre più dinamico.
Rinnovabili e nucleare, una convivenza necessaria
Il ritorno al nucleare non si propone di sostituire le energie rinnovabili, ma di integrarle. La transizione energetica richiede un portafoglio bilanciato di soluzioni e, da questo punto di vista, le rinnovabili presentano criticità spesso sottovalutate. L’intera filiera di solare ed eolico è fortemente dipendente da materie prime strategiche – terre rare, litio, cobalto – la cui produzione è controllata in larga misura dalla Cina. Pechino detiene circa il 60% dell’estrazione globale di terre rare e oltre l’80% della loro raffinazione. Un monopolio che si estende anche alla produzione di pannelli solari e batterie, con implicazioni geopolitiche che la crisi delle catene di approvvigionamento post-Covid ha reso evidenti.
In questo contesto, il nucleare rappresenta una carta per ridurre l’esposizione a questi rischi. Nessuna fonte, da sola, può garantire sicurezza e sostenibilità. Ma un sistema energetico resiliente deve evitare di legarsi mani e piedi a un’unica filiera.
Tempi lunghi, investimenti elevati e consenso da costruire
Sul piano operativo, il rilancio del nucleare presenta tempi e costi che non possono essere sottovalutati. La costruzione dei primi reattori SMR non potrà avvenire prima del 2030-2035. Il nostro Paese, dopo l’uscita dal nucleare negli anni ’80, ha perso competenze industriali e tecniche che andranno ricostruite. Il percorso richiederà investimenti significativi, sia pubblici che privati.
A questi ostacoli strutturali si somma il nodo del consenso sociale. L’opinione pubblica italiana resta in larga parte contraria al nucleare, e qualsiasi progetto dovrà affrontare un complesso dibattito politico, ambientale e territoriale. La memoria di Chernobyl e Fukushima pesa ancora nel discorso pubblico, nonostante le nuove tecnologie abbiano ridotto i rischi.
Energia, prezzi alle stelle e sistema vulnerabile
L’Italia affronta questa scelta in un contesto energetico caratterizzato da costi elevati e vulnerabilità strutturali. Nel 2024, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato tra i 108 e i 117 euro per megawattora, ben al di sopra di quello registrato nelle altre grandi economie europee: 78 euro in Germania, 63 euro in Spagna e 58 euro in Francia. Questo divario si traduce in un peso rilevante per famiglie e imprese, aggravato da un sistema di tasse e oneri che rappresenta fino al 50% della bolletta.
La dipendenza dal gas e una rete elettrica poco interconnessa con il resto d’Europa contribuiscono a mantenere elevati i costi. In questo quadro, il nucleare viene visto dal governo come un possibile strumento per riequilibrare il sistema e ridurre la volatilità dei prezzi.
L’Europa divisa sull’atomo
La decisione italiana si inserisce in un contesto europeo frammentato. La Germania ha completato nel 2023 la chiusura progressiva dei suoi reattori, scegliendo di affidarsi interamente a rinnovabili e gas. Una scelta che, nel breve periodo, ha comportato un aumento dei costi energetici e un temporaneo incremento delle emissioni di CO₂, dovuto alla riaccensione di centrali a carbone.
La Francia ha invece mantenuto il nucleare al centro del proprio sistema energetico: circa il 70% dell’elettricità prodotta nel Paese arriva dai 56 reattori operativi. Il governo di Emmanuel Macron ha già annunciato la costruzione di sei nuovi reattori EPR2 entro il 2040, con un investimento superiore ai 50 miliardi di euro. Un piano che punta a garantire stabilità e competitività di lungo periodo.
La Spagna ha scelto una via intermedia: i sette reattori ancora in funzione coprono circa il 20% del fabbisogno elettrico, ma è stato avviato un piano di spegnimento progressivo entro il 2035.
L’Italia si colloca ora a metà strada tra Parigi e Berlino. Il ritorno al nucleare non sarà immediato, né privo di incognite. Ma rappresenta, per il governo, un tassello strategico per uscire dalla doppia trappola della dipendenza energetica e del caro energia. La sfida, ora, sarà trasformare l’ambizione politica in un progetto industriale sostenibile.

Mappa delle centrali nucleari in fase di costruzione e annunciate. Fonte: Global Energy Monitor