(Foto: Checco Zalone).
Il numero fa rumore per due motivi: perché certifica la forza di un marchio italiano capace di travolgere qualsiasi concorrenza, e perché arriva in un’epoca in cui il cinema (ovunque) si gioca ogni weekend come una finale. In mezzo ci sono il lancio natalizio, l’effetto “evento”, il passaparola e una formula che Zalone e Nunziante conoscono come pochi: far ridere tantissimo e, mentre il pubblico ride, fargli sentire che sta guardando qualcosa che parla del presente.
La fotografia del record è limpida: “Buen Camino” diventa il film con il maggiore incasso di sempre al box office italiano, superando il precedente primato complessivo attribuito a “Avatar”. E il sorpasso, più che “numerico”, è simbolico: una commedia popolarissima che mette la freccia su un kolossal che ha definito un’epoca.
Dietro l’exploit c’è anche un dettaglio di calendario che nel cinema conta come il meteo nello sport: l’uscita nelle feste. Il film arriva al pubblico nel periodo in cui le sale possono macinare più biglietti, e lo fa con un ritmo che non molla. I dati raccontano una corsa continua: prima il dominio natalizio, poi Capodanno da “giornata-monstre”, quindi la capacità di restare in testa anche quando l’effetto novità, per definizione, dovrebbe calare.
In pratica, non è soltanto “grande apertura”: è tenuta. E la tenuta, al botteghino, è l’indicatore che distingue il fuoco d’artificio dal fenomeno. Nelle settimane delle feste, inoltre, l’onda lunga ha trainato l’intero mercato: quando un titolo si prende la scena in questo modo, finisce per trascinare anche chi decide “già che ci siamo, andiamo al cinema”.
Il film è distribuito da Medusa Film e coprodotto con Indiana Production. Il punto, però, non è soltanto industriale: è anche culturale. Zalone intercetta pubblici diversissimi, dagli spettatori “fedelissimi” che non saltano un suo film ai gruppi familiari delle feste, fino a chi va al cinema poche volte l’anno e sceglie proprio lui come appuntamento fisso.
In più, c’è il carburante che alimenta da sempre il “caso Zalone”: la curiosità di capire dove spingerà l’acceleratore stavolta. L’autore comico gioca spesso sul confine tra satira, provocazione e imbarazzo collettivo, e lo fa senza la posturetta del moralista: entra nelle contraddizioni e ci sguazza. In conferenza stampa ha parlato apertamente del peso delle aspettative sul botteghino, con una franchezza rara per chi è già in vetta.
“Ci aspettiamo di incassare. Gli incassi possono far bene a tutto il comparto.”
Una frase che, tradotta, significa: non è solo vanità, è economia del settore. Più un film-evento porta persone in sala, più l’intera filiera respira: esercenti, lavoratori, programmazione, e perfino la percezione “sociale” del cinema come rito condiviso. E infatti il record non arriva nel vuoto: nei giorni precedenti, le rilevazioni ufficiali indicavano già un dominio netto nelle presenze e nelle quote di mercato durante le feste.
Un altro nervo scoperto, raccontato dallo stesso Zalone, è il rapporto con i più giovani: non tanto “se rideranno”, quanto “se resteranno seduti”. In un’epoca di consumo rapido e clip brevissime, il cinema è l’arte della durata: chiede tempo, attenzione, pazienza. Il comico lo ha detto con una preoccupazione che sa di lucidità più che di ansia da prestazione.
“Mi spaventa la reazione dei ragazzi, sono abituati a un consumo immediato dei contenuti.”
Qui entra in gioco anche la mano di Nunziante: la commedia “di battute” funziona se dietro ha una struttura che non si sbriciola. Il regista ha insistito proprio su questo punto, difendendo l’idea che la risata, da sola, non basta: serve arrivare a un traguardo narrativo, a un’evoluzione del personaggio. Ed è una delle chiavi del loro sodalizio: costruire un percorso che trasformi il protagonista, anche quando lo spettatore è convinto di essere lì “solo per ridere”.
“Bisogna sempre arrivare ai finali: è l’elemento più importante delle commedie italiane.”
Il record, poi, si legge anche in controluce rispetto agli altri “giganti” della classifica. Nel 2016 “Quo Vado?” era diventato un riferimento assoluto per il cinema italiano contemporaneo, un benchmark quasi impossibile da replicare. “Buen Camino” prima ha superato quel primato “italiano”, poi ha continuato a correre fino al sorpasso totale. È come se la coppia avesse fatto una doppia impresa: battere se stessa e, subito dopo, battere il “campione del mondo” storico.
Nel frattempo la concorrenza non era sparita: nelle stesse settimane le sale hanno ospitato anche un grande titolo internazionale come “Avatar: Fuoco e Cenere”, rimasto comunque su numeri importanti ma a distanza. E questo rende il dato ancora più eloquente: non è un record ottenuto “per mancanza di alternative”, ma in un’arena dove i blockbuster non sono comparse.
La domanda che ora gira tra distributori ed esercenti è inevitabile: quanto durerà la coda? La velocità iniziale ha già consegnato il film alla storia; la tenuta dirà se resterà un caso legato alle feste o se continuerà a macinare settimane da primo posto. Ma il punto, per il mercato, è un altro: la dimostrazione che un titolo italiano, quando diventa evento collettivo, può trasformare il cinema in un rito popolare di massa.
E c’è anche un effetto collaterale, più sottile: il record rimette al centro un dibattito eterno sul nostro cinema. Per anni si è ripetuto che “la gente non va più in sala”. Poi arriva un film che, semplicemente, fa andare la gente in sala. Il messaggio è brutale e chiarissimo: il pubblico non è sparito, è selettivo. E quando sente l’odore dell’appuntamento, si muove eccome.
In definitiva, “Buen Camino” non è soltanto una cifra da prima pagina: è una cartina di tornasole. Racconta la potenza di un autore pop, la centralità del periodo natalizio, l’effetto domino sul botteghino e il desiderio — ancora vivo — di ridere insieme al buio, con lo schermo grande davanti e la realtà fuori per un paio d’ore.