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Moda italiana, marea cinese: allarme e contromosse

- di: Bruno Legni
 
Moda italiana, marea cinese: allarme e contromosse
Moda italiana, marea cinese: allarme e contromosse
Sburlati: import dalla Cina +18%, export -4% — “Servono regole subito”.

Il segnale è inequivocabile: il sistema tessile-moda italiano è sotto pressione. Nel primo semestre 2025, mentre l’export arretra di circa 4%, l’import cresce del 6% e la Cina segna un balzo del 18%, spinto da centinaia di migliaia di spedizioni che ogni giorno arrivano direttamente nelle case degli italiani. A lanciare l’allarme è Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, intervenendo alla presentazione del Venice Sustainable Fashion Forum.

Sburlati non usa giri di parole: “Il sistema tessile e moda italiano è sotto attacco”. E chiede una norma anti-penetrazione dei pacchi per fermare i flussi che spesso eludono dazi, dogane e perfino l’Iva. Secondo il presidente, il provvedimento sarebbe urgentissimo e a costo zero, con il ministero competente già al lavoro. L’obiettivo è chiaro: ricondurre su basi eque una competizione drogata da prezzi irrisori e assenza di controlli effettivi.

Il campanello d’allarme

La dinamica degli acquisti online a basso valore ha cambiato il campo di gioco. Il boom dei micro-pacchi sotto i 150 euro ha moltiplicato i volumi che sfuggono ai presidi tradizionali. Per Sburlati, se non si interviene subito si rischia di tagliare fuori gli anelli più deboli della filiera — artigiani, subfornitori, laboratori — cioè proprio quel capitale umano e tecnico che rende unico il Made in Italy. “Se perdiamo gli anelli più deboli, perdiamo tutti”, avverte.

Cosa fa la Francia

Mentre in Italia il dibattito si accende, Parigi ha già mosso le pedine. La legge francese contro l’ultra fast fashion prevede sovrattasse per capo che crescono nel tempo, divieti pubblicitari (anche sui social) e severi obblighi di trasparenza ambientale. L’orientamento è colpire i modelli che alimentano sovrapproduzione e consumo istantaneo, con sanzioni fino a una quota rilevante del prezzo. La scelta d’oltralpe diventa un banco di prova anche per gli altri Paesi europei.

La spinta dell’Europa

A livello Ue prende forma una risposta più ampia: si punta a rimuovere l’esenzione daziaria sotto i 150 euro e a introdurre un contributo di gestione per i piccoli pacchi, così da finanziare controlli e tracciabilità. Le federazioni europee del tessile-abbigliamento hanno chiesto misure coordinate: stop ai varchi normativi, responsabilità per le piattaforme e presidi contro la pubblicità ingannevole.

Le falle da tappare in Italia

Il punto debole è noto: volumi elevati, controlli difficili, asimmetrie competitive tra chi produce nel rispetto di norme ambientali e sociali e chi scarica i costi altrove. Per chiudere la falla servono: Responsabilità estesa del produttore ben disegnata, trasparenza dei contratti di filiera, un sistema di audit armonizzato e un presidio serio contro pubblicità ingannevole e targeting dei minori. Non sono orpelli burocratici, ma la condizione minima per una concorrenza corretta.

Le mosse possibili entro il 2035

Oltre all’urgenza, Sburlati indica l’orizzonte: una strategia nazionale per la moda al 2035. Significa risorse su innovazione di processo, tracciabilità digitale, riciclo e rigenerazione, sostegno ai distretti e formazione di nuove competenze. Con un principio non negoziabile: regole semplici e uguali per tutti, dalla grande griffe alla microimpresa.

Perché la posta in gioco è enorme

Il comparto moda rappresenta mezzo milione di addetti, circa il 5% del Pil e la seconda industria per export del Paese. L’ultra fast fashion non è solo una sfida di prezzo: erode qualità, lavoro e sostenibilità. La risposta richiede una mossa rapida sul fronte dei pacchi in entrata e, in parallelo, una cabina di regia che allinei politiche industriali, ambientali e commerciali. “Spero in una presenza vera della politica a Venezia e oltre”, l’appello del presidente di Confindustria Moda. 

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