Il numero uno di Nvidia, Jensen Huang, smonta l’idea del “disaccoppiamento” e rilancia: la vera partita del secolo è l’interdipendenza tra Stati Uniti e Cina, con Taiwan snodo chiave dei chip.
(Foto A sinistra Jensen Huang, Ceo di Nvidia).
Il mondo, dice Jensen Huang, non ha ancora capito fino in fondo quanto Stati Uniti e Cina siano legati da una dipendenza reciproca che attraversa tecnologia, mercato e capitale umano. Nell’intervista concessa a Time, il CEO di Nvidia mette in discussione una delle parole d’ordine più ripetute degli ultimi anni: l’idea che Washington possa “staccarsi” da Pechino senza pagare un prezzo altissimo in innovazione e competitività.
“Il mondo non si rende conto di quanto Stati Uniti e Cina siano profondamente dipendenti l’uno dall’altra”, sostiene Huang, ribaltando la narrazione del muro contro muro: non è solo una disputa geopolitica, è una filiera globale intrecciata, dove tagliare i ponti significa spesso tagliarsi le gambe.
Il bersaglio principale è la teoria del “decoupling”, il disaccoppiamento economico e tecnologico tra i due blocchi. Huang la definisce, nei fatti, un’illusione: le catene del valore sono troppo integrate, i flussi di ricerca e competenze troppo trasversali, gli interessi industriali troppo interconnessi. Per questo insiste su un concetto che suona come una sentenza: la relazione bilaterale tra le due potenze sarà la più importante del prossimo secolo.
“L’idea di un ‘decoupling’ era sbagliata. La nostra interdipendenza è significativa ed è più profonda di quanto si creda”, è il cuore del ragionamento. Tradotto: anche quando la politica alza i toni, la tecnologia continua a creare ponti — perché i ponti servono, e perché il mercato li ricostruisce ogni volta che vengono incendiati.
La parte più controversa dell’intervista riguarda però il tema che infiamma da anni il dibattito negli Stati Uniti: i chip avanzati e l’uso militare. Nella discussione pubblica, soprattutto a Washington, si ripete spesso l’argomento secondo cui fornire tecnologia a Paesi “avversari” significhi rafforzarne automaticamente l’apparato bellico. Huang respinge questa semplificazione con un colpo secco.
“Pensare che Pechino abbia bisogno di tecnologia straniera per costruire i propri armamenti è follia”, afferma. E rincara: la Cina dispone già di un’industria tecnologica capace, ampia, competitiva. L’idea che non possa produrre innovazione autonoma — sostiene — è ormai fuori tempo massimo.
Il punto, nella visione di Huang, è che la forza dell’ecosistema dell’innovazione non dipende solo dalle fabbriche o dai brevetti, ma dalle persone. Ed è qui che arriva un passaggio che pesa come un macigno: nel mondo dell’intelligenza artificiale la componente cinese è enorme, e ignorarla significa indebolire l’intero settore.
“Nell’industria dell’intelligenza artificiale dipendiamo dai brillanti studenti e dai brillanti scienziati cinesi”, osserva, collegando la competizione tecnologica alla circolazione globale dei talenti. Per un’azienda che vive di ricerca, chip e software, la geopolitica dei visti e delle università conta quanto quella delle portaerei.
Poi c’è l’isola che, più di tutte, tiene insieme (e in tensione) l’intero sistema: Taiwan. Quando si parla di semiconduttori avanzati, il baricentro globale passa da lì, grazie alla capacità produttiva di colossi come TSMC. Huang non usa giri di parole: per l’Occidente, il legame industriale con Taiwan non è un’opzione, è una necessità di lungo periodo.
“Le economie occidentali dipenderanno da Taiwan per decenni a venire per la manifattura di chip ed elettronica”, dice. Ed è una frase che, letta in controluce, suona come un avvertimento: finché la produzione più sofisticata resta concentrata, ogni shock geopolitico diventa anche uno shock industriale.
Nell’intervista entra anche la politica interna americana. Su Donald Trump, Huang sceglie un registro sorprendentemente elogiativo, descrivendo un presidente “presente”, attento e instancabile nel lavoro. Non è una dichiarazione neutra: è il segnale di un rapporto diretto tra Big Tech e Casa Bianca che può pesare sulle scelte strategiche, dai dazi alle regole sull’export.
“È un eccellente ascoltatore, ha un’etica del lavoro incredibile ed è intelligentissimo”, dice Huang. E aggiunge un dettaglio quasi cinematografico: “Spesso parliamo fino a tarda notte e quando sono pronto per andare a dormire lui andrebbe avanti per ore”.
In filigrana, l’intervista racconta una tesi molto più ampia: la nuova guerra fredda tecnologica non può essere gestita solo con divieti e slogan. Per Nvidia — e per buona parte dell’industria dei chip — l’equilibrio si gioca tra sicurezza nazionale e realtà dei mercati, tra controllo delle tecnologie strategiche e necessità di restare dentro un sistema globale che, piaccia o no, continua a funzionare per interconnessioni.
Il messaggio finale di Jensen Huang è pragmatico e spiazzante: non si tratta di “scegliere” tra Usa e Cina, ma di capire come governare una relazione inevitabile. Perché, nella partita dei chip e dell’AI, il secolo non si vince spezzando i legami: si vince imparando a gestirli.