Prima BCE e Antitrust UE, poi il governo: la nuova corsia obbligata sposta tempi e baricentro del potere nelle partite che coinvolgono UniCredit, Banco BPM e Crédit Agricole.
Il risiko bancario italiano cambia musica: il golden power resta in campo, ma smette di essere il “fischietto” che interrompe l’azione a metà campo. Con la correzione inserita nel decreto su “Transizione 5.0”, la regola diventa più europea: nel credito e nelle assicurazioni i poteri speciali assumono un carattere residuale e scattano solo dopo che si sono espressi i regolatori competenti.
Traduzione operativa: se un’operazione è sottoposta a valutazioni di natura prudenziale e concorrenziale a livello UE, il governo non può “anticipare” la mossa. Prima vengono i passaggi presso le autorità europee (per le banche, tipicamente la BCE sul fronte prudenziale e la Commissione europea sul controllo delle concentrazioni), poi — eventualmente — può arrivare il vaglio nazionale.
La novità più concreta è nei tempi: con il nuovo impianto, l’intervento italiano si posiziona a valle dei procedimenti europei, e questo tende ad allungare la timeline delle operazioni straordinarie. In una fase in cui offerte pubbliche, scalate e alleanze si giocano anche sul cronometro, il dettaglio non è marginale: più tempo significa più volatilità, più spazio per contromosse, più peso alle condizioni sospensive nei documenti d’offerta.
Il governo, però, non disarma. La riformulazione amplia il lessico degli interessi tutelabili includendo la sicurezza economica e finanziaria. Ma il “cappotto” è stretto: quei poteri si esercitano nella misura in cui gli interessi essenziali dello Stato non siano già adeguatamente garantiti dalla regolazione di settore. In pratica, più l’Europa copre il perimetro, più diventa difficile un intervento nazionale che ribalti un via libera europeo.
È una risposta a un contesto che negli ultimi mesi ha alzato la temperatura tra Roma e Bruxelles. L’Unione europea ha contestato la sovrapposizione tra poteri nazionali e competenze della vigilanza bancaria comune, chiedendo un riordino della disciplina. Da qui l’impostazione “a priorità europea” che rende più chiara la catena di comando.
Il cambio di regole incrocia inevitabilmente i dossier che hanno segnato la stagione recente del risiko. La partita UniCredit–Banco BPM è stata il caso-simbolo: l’utilizzo dei poteri speciali ha pesato sull’esito dell’operazione, aprendo un fronte legale e istituzionale che ha fatto scuola. Ora, con la nuova cornice, l’effetto “stop immediato” diventa più raro: prima devono concludersi i procedimenti UE, poi si apre (se si apre) il capitolo italiano.
Per chi osserva il mercato dall’interno, la sensazione è che il potere non sparisca: si sposti. “Il governo non esce dal campo, ma si mette dietro la linea: può intervenire, però dopo che l’arbitro europeo ha già parlato”. È un riequilibrio che riduce un tipo di incertezza (il colpo di scena a metà istruttoria) ma ne introduce un’altra: quella dei tempi complessivi, più lunghi e più stratificati.
Nel nuovo scenario, cambiano anche le strategie. Chi lancia un’OPA o un’OPS dovrà costruire operazioni più robuste sul piano regolatorio, prevedendo finestre temporali più ampie e meccanismi di protezione. Chi è nel mirino — o chi è potenziale “sposo” in una fusione — avrà più tempo per organizzare difese, alternative, o negoziare condizioni migliori.
E poi c’è il capitolo degli azionisti industriali e dei gruppi esteri interessati a crescere nel capitale delle banche italiane. In questa traiettoria rientra anche Crédit Agricole e la sua presenza in Banco BPM: ogni eventuale incremento rilevante, se soggetto a istruttorie UE, passerà prima dai filtri europei e solo dopo potrà incrociare l’eventuale vaglio nazionale. È un percorso più lineare, ma non necessariamente più rapido.
In fondo, la riscrittura del golden power nel finanziario è un messaggio doppio: all’Europa, per dire che l’Italia riallinea la norma al perimetro delle competenze comuni; al mercato, per dire che lo Stato mantiene una leva, ma la usa con una logica più “di coda” che “di testa”. Nel risiko delle banche, non cambia solo la regola: cambia il ritmo della partita.