Tra stop politici, Germania in trincea e Grecia in portafoglio, il “Ronaldo delle banche” prova a trasformare il capitale in potere: nel mirino Mps, la galassia Delfin e l’asse Mediobanca–Generali.
Se il 2025 è stato l’anno degli stop-and-go, il 2026 rischia di diventare quello delle scelte irreversibili. UniCredit arriva al nuovo giro di tavolo con una dote che nel settore vale più di un manifesto programmatico: capitale in eccesso e una guida che non ama restare ferma. Andrea Orcel ha ripetuto più volte che il capitale deve produrre valore — per gli azionisti e per la traiettoria industriale — e i numeri raccontano una banca che, dopo aver “messo a dieta” il perimetro e accumulato risorse, cerca un bersaglio credibile su cui impiegarle.
Il paradosso è tutto qui: la potenza di fuoco c’è, ma la strada è stata disseminata di cartelli di divieto. La partita più rumorosa, quella su Banco BPM, si è chiusa ufficialmente con un passo indietro: a fine luglio 2025 UniCredit ha comunicato il ritiro dell’operazione, motivandolo con il mancato avverarsi della condizione legata all’autorizzazione nell’ambito del golden power. Non un dettaglio: le prescrizioni imposte da Roma hanno pesato al punto da trasformare un dossier industriale in un braccio di ferro istituzionale.
Sul golden power, peraltro, la storia non si è fermata al ritiro. Nel 2025 il tema è entrato nel radar europeo: la Commissione UE ha contestato alcune condizioni applicate al caso UniCredit–BPM, riaccendendo il dibattito sul confine tra tutela nazionale e regole comuni. In parallelo, la disputa è scivolata anche sul piano legale, mantenendo la vicenda in tensione ben oltre l’estate.
Poi c’è l’altro fronte, quello tedesco: Commerzbank. Qui il problema non è solo la logica industriale — fare massa critica in un’Europa che chiede banche più grandi e più robuste — ma la sensibilità politica di Berlino e la resistenza di un ecosistema che difende l’indipendenza dell’istituto. Nel 2025, anche la linea del management della banca è rimasta prudente sul tema di un takeover, mentre governo e sindacati hanno continuato a mostrare freddezza.
Mentre Germania e Italia alzano barriere, UniCredit ha fatto vedere una cosa: quando la finestra regolatoria si apre, Orcel entra. Il 5 gennaio 2026 la banca ha comunicato di aver convertito una posizione sintetica su Alpha Bank, portando partecipazione diretta e diritti di voto a circa 29,8%. È un tassello coerente con l’obiettivo di costruire una piattaforma paneuropea, meno esposta agli attriti simbolici dei grandi matrimoni domestici.
Ed eccoci al cuore del nuovo risiko: Monte dei Paschi di Siena. La variabile che rende Siena di nuovo interessante non è solo l’evoluzione dell’asset rispetto a qualche anno fa. È la geometria del potere che passa da lì: Mps si intreccia con Mediobanca, e Mediobanca resta un perno storico nelle partite su Generali. In altre parole: entrando in Mps, si entra in un crocevia che vale più della singola banca.
Il dettaglio decisivo si chiama Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio. Nel 2025, secondo dati di partecipazioni rilevanti pubblicati e ripresi dalla stampa economico-finanziaria, Delfin risulta primo azionista di Mps con il 17,533%, davanti a Francesco Gaetano Caltagirone e con un MEF sceso sotto il 5%. È una quota che può spostare il baricentro dei rapporti di forza e aprire un canale verso un nuovo socio industriale senza dover passare subito da una mossa totale.
Qui entra anche il fattore reputazionale e giudiziario, che nel capitalismo italiano pesa quanto un bilancio trimestrale. Tra fine 2025 e inizio 2026, l’attenzione si è concentrata su un’indagine milanese legata a ipotesi di reati come aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza in relazione a operazioni e dinamiche societarie. In questo clima, anche un’eventuale scelta di riposizionamento di Delfin verrebbe letta in chiave politica e simbolica, oltre che finanziaria.
Il governo è l’altro convitato di pietra. Il MEF conserva una quota residua e, soprattutto, un ruolo di indirizzo implicito in un dossier che in Italia è sempre stato “strategico”. A dicembre 2025 il ministro Giancarlo Giorgetti ha rivendicato che ogni decisione sulla partecipazione residua non sarà fatta in logica di cassa ma con una visione strategica. Tradotto: il Tesoro non vuole essere spettatore passivo, e Orcel lo sa.
Lo schema operativo può prendere più forme. Una è chirurgica: entrare rilevando un pacchetto chiave e costruire influenza senza scatenare subito un’escalation. L’altra è muscolare: puntare a una soluzione di mercato più ampia. Ma qui i numeri diventano sensibili, perché un’operazione totale richiede risorse enormi e una regia politica che, in Italia, non è mai neutra. Per questo l’ipotesi più realistica resta quella che massimizza il controllo minimizzando lo shock: un ingresso selettivo, con opzioni aperte per i passi successivi.
In controluce, si intravede anche il dilemma personale del ceo: negoziare o forzare. Il 2025 ha dimostrato che, quando la politica decide di alzare un muro, anche una banca ipercapitalizzata può restare impantanata. Ma il 2026 si è aperto con un segnale opposto: in Grecia, dove i passaggi sono stati tracciati con chiarezza, UniCredit ha eseguito con rapidità. La domanda, adesso, è se Orcel sceglierà la via dell’intesa — con Palazzo Chigi e con gli altri soci rilevanti — oppure quella del pressing sul mercato.
“Creerebbe molto valore”: è la formula che, negli ultimi mesi, Orcel ha associato alle grandi combinazioni europee. E vale anche per il film italiano, con un’aggiunta: il valore non lo fa solo il conto economico, lo fa la possibilità di sedersi al tavolo giusto. Dopo gli schiaffi del 2025 — tra golden power e resistenze tedesche — il 2026 può diventare l’anno della rivincita. Ma, come sempre nel risiko bancario tricolore, il finale lo scrivono in due: i mercati e la politica.