Morti e blackout, Teheran alza i toni. Donald Trump parla di negoziato “in preparazione”, Abbas Araghchi ribatte: “Non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combatterla. Siamo pronti anche al negoziato, se equo”.
In Iran le proteste entrano nella terza settimana e diventano, giorno dopo giorno, una sfida totale: non solo alle politiche economiche, ma al modo stesso in cui il potere si presenta e si difende. L’elemento che più di ogni altro ha cambiato il ritmo degli eventi è l’intermittenza della rete: internet che si spegne e si riaccende, comunicazioni che si spezzano, immagini che faticano a uscire. In un Paese dove la piazza corre veloce e lo Stato risponde con decisione, il blackout non è un dettaglio tecnico: è parte della contesa.
Sul fronte del bilancio umano, le cifre che circolano in queste ore — riportate da organizzazioni e osservatori che monitorano arresti e vittime — descrivono una repressione pesantissima, con centinaia di morti e migliaia di detenuti. La verifica indipendente resta difficile proprio per la compressione degli spazi informativi, ma il trend è chiaro: la risposta securitaria è diventata il principale strumento di gestione della crisi.
Parallelamente, il regime mette in scena la propria contro-narrazione. A Teheran sono state trasmesse immagini di una manifestazione a sostegno della Repubblica islamica: bandiere, cori, ritratti della Guida suprema Ali Khamenei e un messaggio esplicito di compattezza interna. In alcune ricostruzioni, tra la folla è stato segnalato anche il presidente Masoud Pezeshkian, lettura politica inclusa: far vedere che le istituzioni restano salde mentre nelle strade monta la protesta.
La linea più aggressiva arriva dal Parlamento. Il suo presidente, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha scelto parole belliche e un frame netto: “siamo in guerra contro i terroristi”. E soprattutto ha spostato il mirino oltreconfine, trasformando la crisi interna in un avvertimento strategico. Il senso del messaggio è che qualsiasi attacco esterno avrebbe un costo regionale immediato, chiamando in causa asset e alleati.
Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump ha provato a tenere insieme due registri che spesso coesistono nella sua comunicazione: apertura e pressione. Da un lato, l’idea che Teheran voglia negoziare e che un incontro sia “in preparazione”; dall’altro, il richiamo a opzioni dure se la repressione contro i civili dovesse proseguire. In sostanza, un messaggio a doppia traiettoria: offrire un’uscita diplomatica, ma alzare contemporaneamente il costo della prosecuzione della linea dura.
Teheran risponde con la stessa logica binaria: fermezza e spiraglio. Il ministero degli Esteri riconosce che un canale di comunicazione con gli Stati Uniti resta operativo anche attraverso mediazioni consolidate; e il ministro Abbas Araghchi insiste su una posizione che punta a non farsi incastrare. La formula è calibrata e ricorrente:
"Non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combatterla. Siamo altrettanto pronti al negoziato, purché sia equo".
È un modo per dire che l’Iran non cerca lo scontro, ma non intende apparire vulnerabile.
L’Europa, nel frattempo, prova a muoversi su un crinale stretto: sostenere la società civile senza far scivolare la crisi nel lessico del “cambio di regime”. Da Bruxelles sono arrivate parole di condanna per uccisioni e arresti di manifestanti e richieste di ripristino dell’accesso a internet, insieme alla linea politica: la scelta del futuro spetta agli iraniani. Tradotto: pressione sui diritti, ma prudenza sull’obiettivo finale, per evitare che la protesta venga incasellata come partita geopolitica a somma zero.
In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha letto la “violenza sproporzionata” come un segnale di debolezza del sistema e ha chiesto che la repressione finisca. Sullo sfondo, torna con forza anche il tema sanzioni: colpire i nodi di comando e le strutture di sicurezza considerate responsabili della stretta, senza chiudere del tutto le porte diplomatiche.
C’è poi l’onda lunga fuori dall’Iran. Nelle comunità della diaspora e in alcune piazze internazionali è riemerso un simbolo che divide ma catalizza: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Per una parte dei manifestanti è un riferimento “di transizione”, per altri è un nome utile a rendere riconoscibile all’estero una protesta frammentata. In ogni caso, la sua presenza nel dibattito segnala una cosa: la crisi non è più solo economica o sociale, ma apertamente politica.
Il punto, adesso, è capire se il canale con Washington sia un vero corridoio negoziale o un filo tenuto in vita per guadagnare tempo mentre la strada resta incandescente. Teheran mostra piazze pro-regime e alza la voce contro l’esterno; la protesta continua a cercare ossigeno nonostante la rete a interruttore; Trump alterna tavolo e minaccia; l’Europa pressa sui diritti e sulle sanzioni senza sposare apertamente la logica del rovesciamento. In mezzo ci sono le vite spezzate, le detenzioni e la domanda che resta sospesa: quanto ancora può reggere l’equilibrio tra repressione interna e rischio di escalation internazionale?