Dieci anni per mettere sul mercato alloggi “calmierati” (non popolari) e una semplificazione che punta a correre oltre i confini del Mezzogiorno: la strategia 2026 del governo intreccia casa, imprese e lavoro.
L’annuncio è arrivato nel formato più politico possibile: faccia a faccia con i cronisti, in apertura d’anno, e una promessa con numeri e calendario. Giorgia Meloni (foto) ha messo sul tavolo un Piano Casa che punta a 100mila alloggi a prezzi calmierati in dieci anni, precisando che si tratta di case “fuori” dal perimetro dell’edilizia popolare. Il messaggio è doppio: rispondere al disagio abitativo che si allarga (soprattutto nelle città dove lavoro e servizi attirano domanda) e, nello stesso tempo, costruire un pacchetto capace di coinvolgere soggetti pubblici e privati in un’operazione di lunga durata.
Sul “quando” la presidente del Consiglio ha lasciato intendere tempi ravvicinati per la presentazione, con una conferenza dedicata. La cornice è già tracciata: in manovra è stata rafforzata la dotazione collegata agli interventi e la regia politica vede il coinvolgimento del ministro Matteo Salvini. Il punto, però, non è solo la cifra iniziale: è la filiera che il governo vuole mettere in moto tra riqualificazioni, nuove disponibilità abitative e regole d’accesso, per arrivare a case “convenienti” per chi oggi resta schiacciato tra canoni in salita e mutui più selettivi.
Le prime indicazioni operative parlano di un impianto costruito su target precisi e strumenti “ibridi”. Da un lato, formule per giovani e giovani coppie come l’affitto con riscatto (il “rent to buy”, che prova a trasformare un canone in un percorso verso la proprietà). Dall’altro, progetti pensati per gli anziani anche nella forma del cohousing, con l’idea di unire autonomia e servizi condivisi. È un cambio di linguaggio: non più solo “case”, ma modelli abitativi da far funzionare nel tempo.
C’è poi un dettaglio che vale quanto un finanziamento: la promessa di sburocratizzazione estesa, con la logica di portare procedure snelle oltre i confini regionali e ridurre tempi morti tra progettazione, autorizzazioni e cantieri. In un Paese dove spesso i piani si arenano sul “come”, l’obiettivo vero diventa accorciare la distanza tra annuncio e chiavi consegnate. E qui si apre la sfida più delicata: coordinare Stato, Regioni e Comuni senza trasformare la semplificazione in un labirinto di competenze.
Sullo sfondo pesa anche l’Europa. A Bruxelles, negli ultimi mesi, il tema casa è rientrato nell’agenda con proposte e stime di fabbisogno enormi, tra investimenti e nuove costruzioni. L’Italia, nel frattempo, prova a ritagliarsi una traiettoria nazionale: più alloggi accessibili, più recupero del patrimonio esistente, più leve fiscali e finanziarie. Non è un caso che, nel dibattito, sia tornato a circolare anche il ruolo di strumenti come il Fondo sociale per il clima, indicato da associazioni di settore come possibile canale per sostenere interventi sul disagio abitativo.
Il secondo asse della strategia 2026 è ancora più ambizioso: prendere il modello della ZES Unica del Mezzogiorno e provare a farne un “metodo” per l’intero Paese. Nella lettura di Giorgia Meloni la ZES è lo strumento che meglio sintetizza incentivo e semplificazione, cioè il binomio che può spingere gli investimenti. La frase che ha fatto rumore è stata netta, con una direzione politica chiara:
“Se mi chiedete qual è il modello per favorire gli investimenti, secondo me è quello della Zes unica del Mezzogiorno.”
Tradotto: la “ZES” non come eccezione territoriale ma come standard di attrazione industriale. Oggi la ZES Unica è legata a un impianto di agevolazioni che ruota anche intorno al credito d’imposta per gli investimenti e a procedure accelerate. La legge di bilancio ha aggiornato orizzonti e finestre temporali del credito (con estensioni pluriennali) e, attorno a questa architettura, il governo immagina una replica nazionale: non necessariamente identica in ogni dettaglio, ma coerente nell’idea di “corsia preferenziale” per chi investe, assume, produce.
Dentro lo stesso pacchetto politico-economico rientrano anche gli incentivi agli investimenti previsti dalla manovra, incluso il superammortamento/iperammortamento su base triennale per beni strumentali collegati alla trasformazione produttiva. Qui la logica è quasi “difensiva”: sostenere la spesa privata in un contesto europeo complicato, dove Germania e industria (soprattutto l’automotive) restano un termometro decisivo. La premier ha collegato parte delle difficoltà a scelte europee che l’Italia dice di voler correggere, mentre sul fronte interno ha rivendicato la possibilità che i dati di crescita vengano ritoccati al rialzo come già avvenuto in passato.
Il capitolo lavoro è stato presentato come la leva per far “girare” tutto: più occupazione, più capitale umano, infrastrutture e potere d’acquisto. Sui salari, la linea resta quella della defiscalizzazione e dell’intervento su cuneo fiscale, fringe benefit e tassazione agevolata dei premi di produttività. E nel racconto della premier il filo si lega alla denatalità, con un passaggio dal tono quasi culturale:
“Vogliamo che passi il messaggio che i figli non sono un ostacolo o un fardello.”
Due altri dossier, emersi nelle risposte ai giornalisti, completano la fotografia. Sulle pensioni, Giorgia Meloni ha sostenuto che l’intervento in manovra ha ridotto l’adeguamento automatico legato alle aspettative di vita: da un possibile salto più ampio a un incremento contenuto dal 2027, con attenzione ai lavori usuranti. E sull’ex Ilva ha tracciato una linea rossa, dicendo che la trattativa non potrà tradursi in operazioni a danno di occupazione e ambiente:
“Nessuna proposta che abbia un intento predatorio e opportunistico potrà essere avallata da questo governo.”
Infine la partita bancaria. Interpellata su MPS, la premier ha spiegato che il Tesoro potrebbe cedere la quota residua (inferiore al 5%), ma senza fretta, e ha aggiunto che il governo non avrebbe strumenti per “costruire” un terzo polo, pur giudicandolo utile per il sistema. È un tassello che chiude il cerchio: casa per sostenere chi lavora, incentivi per far investire le imprese, e stabilità finanziaria come sfondo necessario per evitare che il 2026 si trasformi in un anno di frenate.
Ora la domanda passa dalla politica ai dettagli: regole, platee, tempi dei decreti attuativi, capacità degli enti locali di assorbire la macchina del piano e compatibilità con i vincoli europei sugli aiuti. Il governo promette velocità; il Paese, come sempre, chiede prove. E questa volta la prova si misurerà in metri quadrati, cantieri che partono davvero e investimenti che scelgono l’Italia non per slogan, ma per convenienza.