Dal portafoglio cedole alle regole per scegliere il prossimo board: il 4 febbraio 2026 a Siena va in scena un voto che parla di utili, potere e (ancora) risiko.
(Foto: da sinistra Nicola Maione, presidente di Mps, e il Ceo Luigi Lovaglio).
Banca Monte dei Paschi di Siena prepara un tagliando profondo al proprio statuto e lo fa con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni: la banca si sente più solida e vuole che questa solidità si traduca in una macchina più flessibile, più “competitiva” e – soprattutto – più generosa verso gli azionisti. L’appuntamento è fissato per il 4 febbraio 2026, assemblea straordinaria in unica convocazione a Siena, dove arriverà un pacchetto di modifiche che tocca dividendi, remunerazioni, governance e regole di rinnovo del consiglio.
Il cuore “di mercato” del dossier è la riscrittura della parte sugli utili: Montepaschi propone di ridurre la quota da destinare a riserva legale dal 10% al minimo di legge (5%) e, soprattutto, di cancellare la riserva statutaria che imponeva accantonamenti aggiuntivi. Traduzione: più spazio potenziale per distribuire utili. Il ragionamento ruota attorno a un’idea semplice: se il profilo patrimoniale regge, l’utile può tornare a fare il suo mestiere – remunerare chi ha messo capitale e pazienza.
Nel documento che accompagna le proposte, il gruppo mette nero su bianco che questa svolta si appoggia a una fase definita di “rafforzamento” e di miglioramento della profittabilità. E porta anche numeri che fotografano le riserve al 30 settembre 2025: la riserva legale era indicata a 528,9 milioni (circa 2,94% del capitale sociale) e la riserva statutaria a 793,3 milioni (circa 4,41%). In questo quadro, la banca ribadisce una linea di remunerazione ambiziosa, arrivando a evocare un pay-out fino al 100% dell’utile netto, a condizione che la politica resti sostenibile nel tempo.
Il secondo capitolo è quello che fa più rumore fuori dai salotti della finanza: i compensi. La proposta prevede che l’assemblea possa autorizzare un rapporto più alto tra parte variabile e parte fissa della remunerazione, entro il tetto massimo previsto dalle regole di vigilanza: in pratica, si apre la porta al passaggio dall’1:1 fino al 2:1. La banca la presenta come una mossa per non restare indietro nella gara per attrarre e trattenere figure chiave, soprattutto in una stagione in cui il settore bancario italiano è tornato ad assomigliare a un campionato con promozioni e retrocessioni decise in pochi trimestri.
"L’idea è restare competitivi sul mercato e trattenere personale strategico"
Terzo snodo: la durata del potere. Mps propone di eliminare il limite dei tre mandati per gli amministratori. L’argomento è doppio: da un lato l’allineamento alle prassi di altri grandi istituti, dall’altro l’idea che l’esperienza non sia un difetto ma un asset – purché bilanciato da ricambio e competenze. Non è solo una questione di “anzianità”: nel lessico della governance moderna pesa la nozione di idoneità complessiva del board, dove contano professionalità, indipendenza e capacità di leggere rischi e scenari.
È però sul meccanismo di rinnovo del consiglio che si gioca una partita politica in senso stretto (anche se in cravatta): la banca vuole introdurre in statuto la facoltà per il consiglio uscente di presentare una propria lista di candidati. Qui la trama si intreccia con la Legge Capitali e con le regole attuative di Consob, che hanno ridisegnato il perimetro della cosiddetta “lista del consiglio” per ridurre il rischio di autoreferenzialità. Nel modello proposto, la lista del board deve essere presentata con un anticipo più ampio (40 giorni prima dell’assemblea) e la decisione del consiglio di depositarla richiede una maggioranza qualificata di due terzi.
Il contesto non è neutro: Montepaschi giustifica l’allineamento delle regole anche alla luce del nuovo profilo del gruppo dopo l’operazione su Mediobanca. In altre parole, la banca si percepisce in una fase in cui la governance deve reggere non solo la gestione ordinaria ma anche un’integrazione industriale complessa, con riflessi su business, controlli e presidio dei rischi.
Ed è qui che il dossier statuto si trasforma in un capitolo del risiko bancario italiano. Dopo la conquista del controllo di Mediobanca (chiave anche per gli equilibri nel risparmio gestito e nell’assicurativo, a partire da Generali), ogni aggiustamento di governance viene letto come un segnale: chi decide, come decide, con quali tempi. Nel frattempo resta aperta l’altra grande partita, quella del Banco Bpm, dove il tema delle partecipazioni e delle possibili traiettorie industriali continua a tenere banco, con Crédit Agricole in posizione da azionista pesante e con il mercato che osserva eventuali nuove combinazioni.
In filigrana, il messaggio che arriva da Rocca Salimbeni è netto: più flessibilità nelle regole interne per muoversi in un settore che sta cambiando forma. Più soldi potenziali agli azionisti, più leve per trattenere manager e figure decisive, più strumenti per costruire un board “da fase due”. Il voto del 4 febbraio dirà se il mercato – cioè i soci – sposa questa idea di banca: meno zavorre statutarie, più spinta da gruppo in trasformazione.
"Il nuovo statuto è pensato per un gruppo che vuole correre con scarpe da gara, non con quelle da allenamento"