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Inflazione: Italia risale, Eurozona al 2%. La Bce ora aspetta

- di: Jole Rosati
 
Inflazione: Italia risale, Eurozona al 2%. La Bce ora aspetta
Inflazione: Italia risale, Eurozona al 2%. La Bce ora aspetta
A dicembre l’Europa torna a respirare al ritmo del 2%, esattamente dove la Bce vorrebbe vederla. Ma nello stesso fotogramma, l’Italia fa un mezzo passo indietro: l’inflazione risale e riporta l’ago della bussola su un punto già visto in autunno. Morale: l’economia manda segnali “ordinati”, ma non tutti nella stessa direzione.

(Foto: Christine Lagarde, presidente della Bce).

Partiamo dal quadro continentale. La stima “flash” di Eurostat indica che nell’Eurozona l’inflazione annua di dicembre 2025 è scesa al 2,0%, dal 2,1% di novembre. Anche la misura “core” (senza energia e alimentari) si ammorbidisce al 2,3%. La vera lente d’ingrandimento, però, resta sui servizi: rallentano, sì, ma restano alti, al 3,4%, un livello che la banca centrale osserva come si guarda un rubinetto che gocciola: non allaga, ma non lo ignori.

La composizione racconta molto più del numero finale. In dicembre l’energia in area euro scende in territorio negativo (-1,9%), mentre il capitolo cibo, alcol e tabacco accelera al 2,6%. I beni industriali non energetici restano quasi piatti (0,4%). Tradotto: l’energia smette di spingere verso l’alto e lascia spazio a una dinamica più “domestica”, dove contano salari, domanda interna e soprattutto i listini dei servizi.

Qui entra in scena la domanda che interessa mercati e famiglie: che fa la Bce nel 2026? Il segnale che arriva dai dati è un invito alla prudenza. "Con l’inflazione al 2% e un rallentamento modesto atteso nei prossimi mesi, la Banca centrale può permettersi di aspettare altri indizi prima della prossima mossa", osserva Bert Colijn di ING. L’idea è semplice: se il bersaglio è centrato, il rischio più grande è muoversi troppo presto e scoprire dopo che la partita non era davvero finita.

Il quadro europeo, però, non è una fotografia statica. Sullo sfondo restano i fattori “a rischio sorpresa”: l’energia (e le rotte geopolitiche), le catene di approvvigionamento e la forza del ciclo dei servizi. Non a caso, diverse analisi sottolineano che il dato di dicembre è compatibile con una fase di tassi stabili più che con un’autostrada verso tagli rapidi: l’inflazione è al bersaglio, ma il motore dei servizi non è ancora in folle.

Nel frattempo, l’Italia si muove con un passo tutto suo. Le stime preliminari di Istat dicono che nel dicembre 2025 l’indice NIC sale dello 0,2% sul mese e dell’1,2% su base annua, dal +1,1% di novembre. In media annua, nel 2025, i prezzi al consumo crescono dell’1,5%, in accelerazione rispetto al +1,0% del 2024. Non è un ritorno di fiamma, ma è un promemoria: la disinflazione non è una linea retta.

Quali voci spingono? L’aumento più evidente arriva dai servizi legati ai trasporti, che accelerano (fino a +2,6% annuo). Crescono anche gli alimentari: i non lavorati salgono al +2,3% e i lavorati al +2,6%. A frenare, invece, contribuiscono gli energetici regolamentati, che scendono di più (fino a -5,3%), e un lieve raffreddamento dei servizi ricreativi e per la cura della persona (al +2,7%). Insomma: benzina e bollette calmano, ma spesa e mobilità fanno rumore.

La cosiddetta inflazione di fondo in Italia resta moderata ma mostra una piccola accelerazione: al netto di energetici e alimentari freschi, sale a +1,8%. E il “carrello” — la dinamica dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona — si fa più vivace, con un ritmo annuo che arriva al +2,2%. È esattamente il tipo di numero che si nota al supermercato, anche quando il dato complessivo sembra “tranquillo”.

Una nota tecnica che conta anche fuori dalle sale riunioni: l’indice armonizzato IPCA (quello comparabile in Europa) in Italia viaggia anch’esso a +1,2% annuo a dicembre, mentre la media del 2025 si colloca a +1,7%. Questo aiuta a leggere il differenziale: l’Italia resta sotto la media-area euro di dicembre, ma la traiettoria di fine anno è più “nervosa” rispetto a novembre.

E poi c’è la Germania, che per la Bce è sempre una specie di cartina di tornasole: non perché comandi, ma perché pesa. Secondo Destatis l’inflazione tedesca di dicembre 2025 è attesa al +1,8% (con prezzi invariati rispetto a novembre). Nelle letture armonizzate e nei commenti di mercato, il messaggio è simile: la frenata di fine anno è più marcata del previsto e contribuisce a raffreddare l’insieme europeo.

Qui il punto non è solo “quanto”, ma “come”. "Nel complesso, l’inflazione tedesca dovrebbe oscillare intorno al 2% per tutto il 2026: prima leggermente sotto, poi un po’ sopra", sintetizza Carsten Brzeski di ING. È una previsione che suona quasi come un metronomo: niente corse, niente crolli. E per una banca centrale, spesso, è la musica preferita.

In questo scenario, l’orientamento più plausibile per Francoforte è un approccio attendista: guardare i prossimi dati su salari, servizi ed energia prima di toccare i tassi. C’è anche un tema politico-istituzionale che inizia a fare capolino: il calendario. Il mandato di Christine Lagarde alla guida della Bce è non rinnovabile e termina a fine ottobre 2027. Con la politica monetaria in una fase delicata, anche le transizioni contano: non perché cambino i numeri, ma perché cambiano le aspettative.

Per famiglie e imprese, la lettura pratica è meno astratta: Europa più vicina al bersaglio significa meno pressione sui tassi e, a cascata, su mutui e credito. Ma l’Italia segnala che alcune componenti — soprattutto servizi e alimentari — restano pronte a rialzare la testa. Il 2026, insomma, si apre con una promessa e una postilla: inflazione “domata” non significa inflazione “sparita”.

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