Dalle bibite alle piattaforme, migliaia di danesi trasformano la spesa (e le playlist) in una dichiarazione politica: meno marchi americani, più alternative locali ed europee, sullo sfondo della partita artica.
In Danimarca il boicottaggio “anti-Usa” non è più una chiacchiera da social: è diventato un gesto quotidiano, ripetuto tra scaffali e telecomandi. A far scattare la reazione è stata la Groenlandia, con la nuova offensiva di dichiarazioni provenienti dagli Stati Uniti e una frase che a Copenaghen ha suonato come un campanello d’allarme. “Prenderemo la Groenlandia con le buone o con le cattive”, ha detto Donald Trump. Da lì, la protesta ha preso la forma più moderna possibile: una community online in rapida crescita e un elenco di marchi da evitare che somiglia, sempre di più, a una lista della spesa alternativa.
Il segnale più evidente è la community danese “Boykot varer fra USA”: secondo varie ricostruzioni giornalistiche, ha superato quota 95 mila aderenti e continua ad aumentare con un ritmo sostenuto. Nel mirino finiscono prodotti e servizi iconici: Coca-Cola e grandi marchi alimentari, ma anche l’universo digitale. La logica è chiara: se la partita è geopolitica, la risposta può passare anche dal portafoglio, con scelte piccole ma ripetute che, sommate, diventano un messaggio collettivo.
Nei post circola soprattutto un’idea: trovare sostituti. Per lo streaming e l’intrattenimento, molti utenti indicano piattaforme considerate più “di casa”, come TV 2 Play, DRTV e Viaplay. Per la spesa, si cercano alternative europee a bibite, salse e snack “made in USA”. È un boicottaggio che non si limita a dire “no”: prova a costruire un “sì” diverso, con l’orgoglio nordico come carburante.
A rendere il clima più elettrico c’è anche la percezione di rischio. Un sondaggio pubblicato nei primi giorni di gennaio 2026 ha fotografato un dato che pesa: quasi 4 danesi su 10 non escludono lo scenario estremo di un’azione statunitense sulla Groenlandia. In altri termini: non è solo indignazione, è inquietudine. E quando l’ansia entra in cucina, perfino il frigo diventa un luogo politico.
La Groenlandia è un nervo scoperto per definizione. È parte del Regno di Danimarca, ma con un’ampia autonomia: il quadro istituzionale riconosce al popolo groenlandese la possibilità di scegliere il proprio futuro, mentre molte competenze interne sono gestite dal governo locale a Nuuk. Difesa e politica estera restano formalmente in capo a Copenaghen, in coordinamento con l’isola. È un equilibrio delicatissimo, e negli ultimi anni la discussione sull’indipendenza è diventata strutturale nel dibattito artico.
In questo contesto, ogni parola “muscolare” pesa doppio. Anche perché sull’isola c’è un tassello strategico che racconta da solo l’importanza della regione: la Pituffik Space Base (ex Thule), installazione statunitense nel nord-ovest della Groenlandia, legata a sistemi di sorveglianza e allerta. Non è un dettaglio tecnico: è uno dei motivi per cui l’Artico è tornato ad essere una scacchiera globale, tra rotte, risorse e sicurezza.
Il boicottaggio, però, non vive soltanto di geopolitica: vive di psicologia dei consumi. Secondo analisi economiche rilanciate in Danimarca, mettere in discussione marchi costruiti sull’identità americana può eroderne il valore simbolico, prima ancora dell’impatto sulle vendite. E nel 2026 il colpo più sensibile è spesso digitale: se un’ondata di utenti disdice abbonamenti e cambia piattaforme, l’effetto può diventare misurabile e contagioso.
Tra i promotori e i partecipanti rimbalzano testimonianze molto concrete: rinunce a prodotti importati, attenzione alle etichette, liste condivise e alternative suggerite. E c’è anche una contraddizione dichiarata, raccontata senza troppe scuse: coordinare un boicottaggio anti-americano usando un social americano. Qualcuno la definisce una scelta pragmatica, “un male necessario per raggiungere più persone”. Il paradosso, in fondo, è il linguaggio dei movimenti di oggi: si contesta nel mercato, ma ci si organizza nelle piazze digitali.
L’onda non è isolata. In Canada, dove campagne simili hanno già preso piede, il passo successivo è stato tecnologico: app che aiutano a verificare l’origine dei prodotti scansionando il codice a barre, rendendo il boicottaggio “assistito” e quindi più facile da mantenere nel tempo. È un modello osservato con interesse anche in Europa: quando la protesta diventa abitudine, non resta solo un’emozione del momento.
Sullo sfondo, la vicenda ha alimentato discussioni anche a livello europeo: l’ipotesi di usare la forza per una contesa territoriale nell’Artico viene vista come un terremoto politico, capace di incrinare equilibri e alleanze. E quando la politica internazionale si irrigidisce, il consumo quotidiano — per quanto minuscolo — diventa un modo per “stare da una parte”.
Il punto, oggi, è che il boicottaggio danese sembra meno una fiammata e più un racconto collettivo che prova a durare. Non è detto che cambi i rapporti di forza tra Stati, ma cambia l’aria: mette le multinazionali dentro un discorso identitario, trascina lo streaming nella geopolitica e ricorda che, nell’era dei social, la sovranità può passare anche da una scelta banale come cosa bere a cena o cosa guardare dopo.