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Alberto Angela e Rai, il “per sempre” scricchiola: cosa succede ora

- di: Bruno Coletta
 
Alberto Angela e Rai, il “per sempre” scricchiola: cosa succede ora
Angela e Rai, il “per sempre” scricchiola: cosa succede ora
Tra contratti, ascolti che fanno discutere e nuove tentazioni: il divulgatore apre uno spiraglio che in Viale Mazzini nessuno può ignorare.

Per anni l’equazione è sembrata scolpita nella pietra: Alberto Angela uguale Rai. Un legame quasi “dinastico”, costruito con pazienza e popolarità, e rinforzato da un fatto semplice: quando c’è lui, la televisione generalista ritrova la voglia di imparare senza sentirsi a scuola.

Eppure, adesso, in quel rapporto entra un dettaglio che pesa come un macigno: non è più scontato che sia per sempre. Non perché stia già facendo le valigie, ma perché – per la prima volta con chiarezza – Angela ammette che il suo futuro non deve per forza avere un solo indirizzo.

Il “per sempre” non è più una promessa

Il punto non è una rottura annunciata. Il punto è la frase che scardina un tabù: “Mio padre diceva: nasco e muoio in Rai. Io no, sono altri tempi”. Dentro c’è tutto: il rispetto per la storia, la consapevolezza del presente, e una constatazione che riguarda l’intero settore.

La televisione di oggi non è quella in cui un volto restava “in casa” per decenni, protetto da certezze industriali e rituali nazionali. Oggi contano strategie editoriali, conti economici, pressioni politiche, e soprattutto una concorrenza che non sta più soltanto nei canali: sta nelle piattaforme, negli algoritmi, nei contenuti on demand.

La leva contrattuale: quando scade la serenità

Nel racconto che circola in questi giorni, ricorre un elemento tecnico che tecnico non è: il contratto. Se un accordo è in fase di rinnovo, inevitabilmente si apre una finestra. E in quella finestra finiscono discussioni, offerte, ragionamenti, e anche un pizzico di tattica.

Angela lo dice senza teatralità: non parla di addii, parla di condizioni. In sostanza: si va avanti finché ci sono le basi, e finché il progetto resta solido. Traduzione per chi legge tra le righe: la Rai deve volerlo davvero, e deve metterlo nelle condizioni di fare bene. E non basta lo slogan “è un patrimonio”.

Ascolti: non è crollo, è rumore di fondo

C’è un altro tema, inevitabile: gli ascolti. Non perché Angela sia diventato improvvisamente “debole”, ma perché oggi l’Auditel è un tribunale permanente e rapidissimo. Basta una serata meno brillante per trasformare un programma in una discussione interna.

Eppure i numeri raccontano una storia più sfumata di certe semplificazioni: “Ulisse” nel 2025 ha continuato a reggere la prima serata in diverse occasioni, con risultati competitivi e, in alcune puntate, molto forti. E a Natale, con “Stanotte a… Torino”, Angela ha portato a casa una serata nettamente vincente: un segnale che il pubblico, quando l’evento è percepito come evento, risponde.

Il punto quindi non è “Angela non funziona più”. Il punto è un altro: la soglia dell’eccezionalità si è alzata. La tv lineare, frammentata e pressata dall’offerta digitale, chiede a chi guida la cultura popolare di fare sempre miracoli. E i miracoli, per definizione, non sono programmabili.

Perché oggi la divulgazione è contesa

C’è stato un tempo in cui la divulgazione “alta” era quasi esclusiva del servizio pubblico. Oggi no. Oggi la cultura è diventata anche un terreno di brand: si vende, si posiziona, si segmenta. Le piattaforme cercano prodotti “autorevoli ma accessibili”, i canali generalisti vogliono serate evento, i social trasformano ogni tema in clip.

In questo scenario, la forza di Angela è doppia: credibilità (non facile da costruire) e popolarità (ancora più difficile da mantenere). È esattamente il tipo di profilo che fa gola ovunque, perché sposta pubblico senza polarizzare, e tiene insieme famiglie, giovani curiosi e spettatori tradizionali.

Il caso Torino: quando il racconto diventa identità

Il Natale torinese, in questo discorso, è più che una puntata: è un messaggio. Torino è una città di idee, di industria che diventa cultura, di musei che non chiedono permesso per essere moderni. E Angela l’ha raccontata insistendo su un concetto che gli sta a cuore: la scoperta non è un lusso, è una necessità civile.

Non è solo turismo televisivo. È un modo per ricordare che la divulgazione può ancora essere narrazione nazionale. E che, quando riesce, non ha bisogno di urlare.

Che cosa rischia la Rai, davvero

Se si guarda freddamente la situazione, il rischio non è “perdere un conduttore”. È perdere un linguaggio. Angela è uno dei pochissimi capaci di mettere insieme spettacolo e precisione senza trasformare la cultura in un quiz o in una predica.

Per la Rai, che vive una fase di riposizionamento continuo, sarebbe un colpo d’immagine e di sostanza. E sarebbe anche un segnale al mercato: se perfino il volto più trasversale valuta alternative, allora nessun legame è intoccabile.

Il bivio: continuità o nuova stagione

La domanda che resta non è “se domani lascia”. La domanda è: che tipo di Rai vuole costruire un rapporto di lungo periodo con i suoi talenti? Perché il “per sempre”, oggi, non lo garantisce più la tradizione. Lo garantiscono i progetti, le risorse, la libertà editoriale, e la capacità di capire dove va il pubblico.

Angela, dal canto suo, sembra dire una cosa molto semplice e molto moderna: lavoro finché posso, e scelgo dove posso lavorare bene. E in televisione, nel 2026, questa non è una minaccia: è la nuova normalità. 

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