Roma si allinea subito a Washington dopo il blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. L’opposizione accusa: diritto internazionale “a geometria variabile”. Farnesina e ambasciata monitorano la comunità italiana.
(Foto: Giorgia Meloni, presidente del consiglio italiana).
La frase che spacca l’Europa
In poche righe, Palazzo Chigi ha messo un timbro politico pesante sulla crisi venezuelana: l’Italia considera giustificabile un intervento “di natura difensiva” quando in gioco ci sono sicurezza nazionale e narcotraffico. Una presa di posizione che, nelle stesse ore, è apparsa più netta e immediata rispetto alla prudenza mostrata da diverse cancellerie europee.
Il punto chiave è tutto in quella formula: “difesa contro attacchi ibridi”. Traduzione politica: se uno Stato, o un apparato statuale, alimenta minacce transnazionali (droghe, reti criminali, destabilizzazione), allora l’azione americana può essere letta come risposta e non come invasione “pura”.
Il blitz americano e l’effetto domino
La scintilla è l’operazione statunitense che, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, ha colpito obiettivi in Venezuela e ha portato alla cattura di Maduro e di sua moglie, trasferiti fuori dal Paese. Donald Trump ha rivendicato l’operazione e, in un’intervista televisiva, l’ha raccontata come un’azione necessaria dentro una “guerra” legata anche ai numeri devastanti delle morti per droga negli Stati Uniti.
Caracas ha reagito parlando di “aggressione militare” e ha evocato lo spettro dell’emergenza nazionale. Intanto, l’opposizione venezuelana ha colto l’attimo: María Corina Machado ha salutato l’evento come una svolta, chiedendo una transizione immediata e indicando Edmundo González Urrutia come riferimento politico della fase successiva.
Palazzo Chigi: “Regime non riconosciuto” e priorità italiani
La cornice scelta dal governo italiano è doppia. Da un lato, la delegittimazione politica del chavismo: l’esecutivo ricorda che l’Italia non ha mai riconosciuto l’esito dell’auto-proclamata vittoria elettorale di Maduro e ha condannato la repressione. Dall’altro lato, la dimensione consolare: la sicurezza della comunità italiana è dichiarata “priorità assoluta”.
Antonio Tajani ha confermato il raccordo costante con ambasciata e consolato a Caracas e il monitoraggio “di ogni necessità” per i connazionali. In un clima di tensione, la linea pratica è chiara: ridurre gli spostamenti, seguire le indicazioni della sede diplomatica, evitare iniziative individuali.
Le opposizioni: “Il diritto non è un menù”
Il fronte interno si è incendiato subito. Elly Schlein ha contestato l’assenza di base legale dell’attacco e ha avvertito sul rischio precedente: se passa l’idea che una potenza possa agire unilateralmente, domani altri faranno lo stesso, magari con motivazioni meno “presentabili”. Il messaggio politico è netto: “Il diritto internazionale non è un menù à la carte”.
Giuseppe Conte ha calcato ancora di più la mano, definendo l’azione una violazione palese delle regole internazionali e chiedendo al governo italiano di condannare l’operazione e tutelare i connazionali. Sotto traccia, la domanda che rimbalza nei palazzi è una sola: si può essere alleati di Washington senza farsi trascinare in una dottrina della forza come scorciatoia?
Verso l’informativa alle Camere
Con una frattura politica così evidente e una crisi internazionale in piena accelerazione, prende quota l’ipotesi di una informativa del governo in Parlamento. Due i nodi che l’Aula vorrà chiarire: che cosa sa l’Italia dell’operazione e quali misure concrete sono state predisposte per la comunità italiana e per i casi sensibili di cittadini coinvolti nella giustizia venezuelana.
Il quadro internazionale: condanne, cautele e calcoli
Nel resto del mondo, la reazione è stata una geometria variabile. Alcuni governi hanno condannato l’uso della forza e hanno invocato la Carta delle Nazioni Unite; altri hanno sottolineato l’illegittimità politica del regime di Maduro, senza però avallare apertamente un cambio di potere imposto dall’esterno. Berlino, ad esempio, ha spinto per una soluzione politica e per evitare l’escalation, ribadendo il perno del diritto internazionale.
E poi c’è il sottotesto energetico e strategico: il Venezuela è petrolio, rotte, influenza regionale. In altre parole, non è soltanto la caduta (o la cattura) di un leader: è un test globale su quanto valga ancora l’idea che la sovranità abbia limiti invalicabili.
Cosa succede adesso
Le prossime ore saranno un braccio di ferro su tre tavoli: ordine pubblico interno in Venezuela, legittimità internazionale dell’operazione, transizione politica e controllo delle leve dello Stato. Sullo sfondo, l’incognita più delicata: se il vuoto di potere verrà riempito da una soluzione condivisa o da una fase di instabilità.
Per l’Italia, la partita è altrettanto concreta: proteggere i propri cittadini sul posto e, insieme, difendere una posizione diplomatica che non trasformi il Paese nel megafono automatico di scelte altrui.