Il blitz su Caracas incendia Washington: isolazionisti e progressisti contro Trump, mentre il mondo osserva.
(Foto: Zhoran Mamdani, sindaco di New York, è tra quelli più critici con Trump per l'illegalità del raid in Venezuela. Ha anche chiamato il tycoon per protestare).
Il raid statunitense in Venezuela non ha solo riscritto gli equilibri di Caracas, ma ha aperto una crepa profonda nel cuore della politica americana. L’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e all’annuncio di una gestione “temporanea” del Paese da parte di Washington ha scatenato una tempesta politica interna che attraversa partiti, correnti e alleanze consolidate.
Un’azione militare, molte letture politiche
Nel racconto ufficiale, la Casa Bianca presenta il blitz come un intervento mirato, necessario per spezzare un sistema che intrecciava potere politico, narcotraffico e instabilità regionale. Ma nella percezione pubblica americana l’operazione assume contorni molto più ambigui. La parola che rimbalza nei talk show e sui social è una sola: regime change.
Un’espressione che richiama fantasmi recenti e lontani, dall’Iraq all’Afghanistan, e che entra in rotta di collisione con la promessa trumpiana di ridurre l’impegno militare all’estero. È qui che nasce la frattura: tra chi applaude la dimostrazione di forza e chi vede un tradimento dell’istinto isolazionista che aveva sedotto milioni di elettori.
La rabbia della base Maga: “America First dov’è finita?”
Una parte consistente della galassia Maga reagisce con irritazione. Il raid in Venezuela viene letto come l’ennesima avventura oltreoceano, lontana dai problemi quotidiani degli americani. La critica più efficace arriva sotto forma di confronto diretto con il Messico, vero nervo scoperto della politica trumpiana.
"Se il cambio di regime fosse davvero per salvare da droghe mortali, allora perché l’amministrazione non ha agito in Messico?"
La frase, pronunciata dalla deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, diventa virale perché sintetizza un malessere diffuso. Per molti elettori conservatori, la priorità resta il confine sud e la sicurezza interna. Caracas appare lontana, quasi astratta, mentre la paura è che l’operazione si trasformi in un impegno costoso e senza uscita.
Il fronte democratico: legalità e diritto internazionale
Se a destra monta la rabbia identitaria, a sinistra prende forma un attacco di sistema. I democratici contestano l’operazione sul terreno della legalità costituzionale e del diritto internazionale. Il punto centrale è il ruolo del Congresso e la legittimità di un’azione che porta di fatto alla gestione diretta di un Paese sovrano.
Zohran Mamdani, sindaco di New York, usa una definizione netta: "Illegale.". E ha chiamato direttamente Trump per protestare.
Una parola che pesa come una pietra nel dibattito americano. Per i democratici progressisti, l’operazione rappresenta un precedente pericoloso, capace di minare la credibilità degli Stati Uniti quando parlano di regole, diritti e autodeterminazione.
Trump si difende: sicurezza, droga e petrolio
Dal canto suo, Donald Trump respinge le accuse e rilancia. La linea difensiva è costruita su più livelli: lotta al narcotraffico, sicurezza nazionale, stabilità regionale. Ma nelle pieghe del discorso emerge un elemento che accende ulteriori polemiche: l’energia.
Il Venezuela possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio al mondo, e l’idea di rimettere in moto la produzione sotto supervisione americana viene vista dai critici come la vera posta in gioco. Un argomento che rende fragile la narrazione morale dell’intervento e rafforza l’accusa di interesse strategico mascherato da missione di sicurezza.
La reazione internazionale e l’ombra dell’Onu
Sul piano globale, il blitz provoca reazioni immediate. La Cina condanna l’azione americana definendola una violazione del diritto internazionale e un atto destabilizzante per l’America Latina. A New York, il caso Venezuela arriva rapidamente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, trasformandosi in un nuovo terreno di scontro diplomatico.
Diplomatici e analisti temono l’effetto domino: se passa l’idea che una grande potenza possa rimuovere un governo e amministrare la transizione, il confine tra intervento mirato e occupazione politica rischia di dissolversi.
Scenari aperti: la transizione come campo minato
Tutto ruota ora attorno alla parola “transizione”. Un termine rassicurante, ma carico di incognite. Un percorso rapido verso elezioni e ritiro Usa appare auspicabile ma complesso. Uno scenario più lungo, invece, rischia di trasformarsi in un pantano politico e militare. Il peggiore dei casi è quello di una frammentazione interna venezuelana, con effetti a catena su migrazioni, sicurezza e mercati energetici.
Per Trump, il vero banco di prova non è solo a Caracas, ma a Washington. La sua coalizione mostra crepe evidenti, mentre gli avversari intravedono un’occasione per logorarlo su un terreno — la politica estera — che storicamente divide e consuma consensi.
Il paradosso finale: critiche opposte, stesso bersaglio
Il dato politico più rilevante è il paradosso che emerge: Maga e democratici contestano la stessa operazione, ma per ragioni opposte. Gli uni vedono un tradimento dell’isolazionismo, gli altri una violazione delle regole internazionali. In mezzo, un presidente che tenta di trasformare un blitz militare in un racconto di forza e controllo.
La domanda che resta sospesa è destinata a pesare a lungo nel dibattito americano: dove finisce un’operazione mirata e dove inizia una nuova stagione di conflitti politici e geopolitici?