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Raid Usa in Venezuela, il mondo diviso tra condanne, timori e consensi

- di: Bruno Coletta
 
Raid Usa in Venezuela, il mondo diviso tra condanne, timori e consensi
Raid Usa in Venezuela, il mondo diviso tra condanne, timori e consensi

Dalla richiesta di riunioni urgenti all’Onu agli applausi di alcune capitali, l’operazione americana ridisegna equilibri e nervi scoperti. La diplomazia globale prova a contenere l’escalation, mentre riaffiora lo spettro di un precedente pericoloso. 

(Foto: una riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu).

Quando le bombe smettono di cadere, comincia la parte più lunga e più insidiosa: la guerra delle parole. Dopo i raid statunitensi in Venezuela, la comunità internazionale si è trovata davanti a un bivio narrativo prima ancora che politico. Da un lato la condanna dell’uso della forza, dall’altro la lettura dell’operazione come “atto necessario”. In mezzo, un mosaico di reazioni che racconta molto più del Venezuela: racconta lo stato di salute dell’ordine mondiale.

Le dichiarazioni ufficiali si susseguono a ritmo serrato, ma sotto la superficie diplomatica emerge una tensione più profonda. Non si discute solo di Caracas, bensì di chi decide quando e come intervenire, e con quali limiti. È una frattura che attraversa continenti e alleanze.

Le Nazioni Unite e la parola che ritorna: “precedente”

Il Palazzo di Vetro è diventato subito il baricentro della crisi. La richiesta di una riunione urgente del Consiglio di sicurezza è arrivata da più Paesi, con un lessico che richiama i momenti più delicati degli ultimi anni. Il segretario generale António Guterres ha espresso forte preoccupazione per l’uso della forza e per le conseguenze sistemiche dell’operazione:

"Ogni azione unilaterale che aggiri il sistema multilaterale rischia di creare un precedente pericoloso".

Il riferimento non è casuale. Nelle cancellerie si teme che la vicenda venezuelana diventi una sorta di manuale non scritto per affrontare future crisi, riducendo il ruolo delle istituzioni internazionali a semplice cassa di risonanza.

Unione europea: equilibrio difficile tra principi e realpolitik

L’Unione europea ha reagito con una posizione articolata, che prova a tenere insieme valori e pragmatismo. Da Bruxelles il messaggio è chiaro: sostegno a una transizione democratica in Venezuela, ma solo nel rispetto della legalità internazionale.

Dietro le formule ufficiali si muove però una riflessione più concreta. I Paesi membri temono che una destabilizzazione prolungata possa avere effetti diretti su energia, migrazioni e sicurezza. Per questo la linea europea resta prudente, quasi chirurgica: condanna dell’uso della forza, invito al dialogo, nessun avallo esplicito all’operazione americana.

America Latina: memoria storica e paura del contagio

È in America Latina che le reazioni assumono il tono più emotivo. Qui l’intervento militare esterno non è un concetto astratto, ma un ricordo vivo. Governi di segno politico diverso convergono su un punto: la regione non vuole tornare a essere un campo di battaglia geopolitico.

Il Brasile di Lula ha parlato di una linea rossa superata, mentre la Colombia ha sottolineato il rischio di effetti collaterali lungo i confini, già fragili per flussi migratori e traffici illegali. Il Messico, fedele alla sua dottrina di non intervento, ha ribadito che:

"Nessuna crisi può essere risolta con le bombe".

Anche Paesi tradizionalmente più silenziosi hanno espresso disagio, temendo che l’episodio possa legittimare future azioni simili in altre aree del continente.

Gli applausi e la narrazione della “liberazione”

Accanto alle condanne, non mancano gli applausi. Alcuni governi, soprattutto quelli più apertamente schierati contro il chavismo, hanno salutato l’operazione come una svolta storica. L’Argentina di Javier Milei è stata tra le più esplicite, parlando di fine di un’epoca e di opportunità per il popolo venezuelano.

È una narrazione che punta tutto sul risultato politico, lasciando sullo sfondo il metodo. Ma proprio questo divide la comunità internazionale: il fine può giustificare i mezzi? È la domanda che rimbalza tra diplomatici e analisti.

Russia e Cina: attacco frontale a Washington

Mosca e Pechino hanno reagito con durezza, accusando gli Stati Uniti di aver violato la sovranità di uno Stato e di aver minato la stabilità regionale. La Cina ha ribadito il principio di non ingerenza, mentre la Russia ha parlato di atto destabilizzante che riporta indietro l’orologio della diplomazia.

In entrambi i casi, la lettura è anche strategica: difendere il principio di sovranità significa contenere un modello di intervento che, domani, potrebbe essere applicato altrove. Il Venezuela diventa così un tassello di una partita globale più ampia.

Il Sud globale e la frattura Nord-Sud

Dal Sudafrica al Medio Oriente, molte capitali hanno chiesto un ruolo centrale dell’Onu e una soluzione politica inclusiva. Iran e altri Paesi hanno parlato apertamente di aggressione, mentre diverse nazioni africane hanno sottolineato il rischio di una normalizzazione dell’uso della forza.

Queste reazioni evidenziano una frattura sempre più netta tra Nord e Sud del mondo: chi detta le regole e chi le subisce. Una frattura che la crisi venezuelana ha solo reso più visibile.

Italia: prudenza diplomatica e tutela dei connazionali

L’Italia segue la linea della cautela. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato il monitoraggio costante della situazione e l’attivazione dell’Unità di crisi, con particolare attenzione alla comunità italiana presente nel Paese.

Roma evita toni incendiari, ma ribadisce l’importanza di una soluzione multilaterale. È una posizione che riflette la sensibilità europea, ma anche la consapevolezza che ogni parola, in questo momento, può pesare.

Il nodo centrale: diritto internazionale o forza dei fatti?

Il cuore del dibattito è tutto qui. Le reazioni internazionali non sono solo commenti a caldo: sono indicatori di un sistema in tensione. Se l’operazione americana verrà assorbita senza conseguenze, il messaggio sarà chiaro: la forza può precedere la legittimità.

Se invece prevarrà la richiesta di regole e mediazione, il Venezuela potrebbe diventare il caso di studio che rafforza, paradossalmente, il multilateralismo. In entrambi gli scenari, una certezza emerge: nulla tornerà come prima.

La crisi venezuelana, oggi, è uno specchio. Riflette paure antiche, ambizioni nuove e un ordine internazionale che scricchiola sotto il peso delle sue contraddizioni.

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