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Muore Valentino, l’uomo che ha trasformato l’eleganza in potere

- di: Bruno Legni
 
Muore Valentino, l’uomo che ha trasformato l’eleganza in potere
A 93 anni si spegne a Roma il couturier che ha vestito un’idea di bellezza senza tempo.

 

 Valentino Garavani è morto a Roma a 93 anni. Con lui se ne va molto più di un grande stilista: scompare un modo di intendere la moda come disciplina assoluta, costruita su rigore, grazia e controllo maniacale del dettaglio. Non era soltanto un creatore di abiti, ma un regista della figura femminile, capace di farla avanzare nella stanza con una sicurezza nuova, quasi politica.

La notizia è stata comunicata dalla Fondazione Valentino Garavani insieme a Giancarlo Giammetti, socio e compagno di vita, presenza costante dietro le quinte e al centro della macchina organizzativa che ha trasformato un talento in un marchio globale. A Roma sono state organizzate le ultime tappe del commiato pubblico, con camera ardente negli spazi storici di Piazza Mignanelli e funerali nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Clemente Ludovico Garavani aveva scelto presto la sua traiettoria. Negli anni Cinquanta si trasferì a Parigi, dove si formò nel cuore dell’haute couture, lavorando e imparando accanto a maestri come Jean Dessès e Guy Laroche. Tornato in Italia aprì il suo primo atelier in via Condotti: un indirizzo destinato a diventare leggenda.

Il salto decisivo arrivò con l’incontro con Giancarlo Giammetti. Due temperamenti complementari: Valentino custodiva il fuoco creativo, Giammetti costruiva metodo, comunicazione, relazioni e strategia. Insieme hanno disegnato un percorso lungo decenni, capace di portare la couture italiana nel circuito più esclusivo del mondo.

Il 1962 segnò la consacrazione pubblica: la sfilata a Palazzo Pitti, a Firenze, fu accolta come una rivelazione. Da allora l’estetica di Valentino diventò una firma: linee pulite, proporzioni studiate, romanticismo controllato. A chi gli chiedeva quale fosse la chiave del suo lavoro, rispondeva con nettezza e un filo di teatro: “Io so cosa vogliono le donne”. E poi, senza esitazioni: “Vogliono essere belle”.

La sua idea di eleganza non era un’etichetta vaga, ma un sistema. Parlava di equilibrio tra emozione e misura, tra sorpresa e armonia. Era noto anche per un rito privato prima delle sfilate: controllava ogni elemento, poi si raccoglieva in una breve preghiera. Per lui la bellezza non era improvvisazione: era disciplina, quasi devozione.

E poi c’è il colore che porta il suo nome: il rosso Valentino. Una sfumatura riconoscibile, calibrata, calda, nata dall’innamoramento per una tonalità vista in viaggio in Spagna e trasformata in segno identitario. Lo spiegava con una frase rimasta nella memoria di molti: “Il rosso abbellisce moltissimo”. Quel rosso è diventato un codice culturale, un colpo d’occhio che racconta status e desiderio senza bisogno di presentazioni.

La costruzione del mito passò anche da simboli nitidi: la “V” metallica, lanciata a fine anni Sessanta con una collezione total white, consolidò l’identità visiva della maison. Valentino aveva compreso che la moda, nell’epoca della comunicazione, non vive solo in passerella: vive nei dettagli, nelle immagini, nella coerenza di un alfabeto estetico.

Le sue creazioni hanno vestito un firmamento: Jackie Kennedy, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Julia Roberts, Gwyneth Paltrow, Anne Hathaway, Rania di Giordania. Un mondo raccontato anche dal documentario del 2008 The Last Emperor, dove il genio emergeva senza filtri: severo, vulnerabile, capace di scatti e di slanci, con discussioni accese e paci improvvise, sempre dentro un legame fortissimo con Giammetti.

Dopo l’addio alle passerelle (formalmente nel 2007), non scomparve davvero. Continuò a disegnare per progetti speciali e amicizie selezionate. Negli anni Dieci firmò costumi per il balletto e collaborazioni artistiche; una delle sue apparizioni più simboliche fu legata a una produzione d’opera a Roma, dove tornò a essere celebrato dal pubblico, pur mostrando i segni di una salute indebolita. Poi la vita più raccolta tra la capitale e Gstaad, con apparizioni sempre più rare.

La sua quotidianità era circondata da bellezza: case scenografiche, collezioni d’arte, giardini curati come quinte teatrali. A Roma amava l’Appia Antica, a Londra e New York coltivava un’idea cosmopolita dell’abitare. E c’era un luogo-simbolo, quasi un romanzo: il castello di Wideville, vicino Parigi, dimora seicentesca dove la sua estetica diventava ambiente, atmosfera, racconto.

Nel privato aveva creato una “famiglia allargata”. Oltre a Giammetti, figure come Bruce Hoeksema e Carlos “Cacà” Souza facevano parte del suo cerchio. Non ebbe figli, ma fu punto di riferimento affettivo, padrino e presenza costante per chi gli era vicino.

Il marchio ha attraversato passaggi societari importanti e, nel tempo, ha cambiato mani e assetti industriali. Anche la direzione creativa ha conosciuto stagioni diverse, affidate a stilisti con identità forti, fino all’attuale guida di Alessandro Michele. Ma la radice resta riconoscibile: quella grammatica di eleganza totale che Valentino ha inciso nella moda come un marchio sulla pietra.

Negli ultimi anni guardava il presente con lucidità severa. Era capace di sentenze taglienti: “Oggi chi ha denaro non sempre ha classe e memoria”. E sul futuro, con la sua teatralità inconfondibile: “Dopo di me, il diluvio”. Frasi che suonano come un congedo, ma anche come una sfida: l’eleganza, per lui, non era trend. Era educazione dello sguardo.

Valentino Garavani lascia un’eredità che non si misura solo in archivi e abiti da museo. Ha insegnato che la moda può essere una forma di autorità gentile: seduce, eleva, impone uno standard. E quando quell’idea funziona, diventa potere puro.

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