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Mps, la continuità sotto pressione: Tesoro e soci ai ferri corti

- di: Matteo Borrelli
 
Mps, la continuità sotto pressione: Tesoro e soci ai ferri corti
Mps, la continuità sotto pressione: Tesoro e soci ai ferri corti

Tra governance, grandi azionisti e inchiesta giudiziaria, il futuro di Monte dei Paschi entra nella fase decisiva.

 

(Foto: il Ceo di Mps, Luigo Lovaglio).

 La partita sui vertici di Monte dei Paschi di Siena entra nella sua curva più stretta, e questa volta non è solo una questione di nomi: è una questione di clima. Il Tesoro fa filtrare una linea di continuità, con l’orientamento a sostenere l’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio nel rinnovo atteso in primavera. Ma attorno alla banca si addensa un mix che rende ogni passo più delicato: tensioni tra grandi soci, regole di governance da blindare e l’effetto-gelo di un’inchiesta che spinge tutti a pesare anche le virgole.

Il punto è che Mps oggi non sta semplicemente “rinnovando un cda”. Sta decidendo con che leadership completare un passaggio industriale che ha cambiato dimensione al gruppo e, con essa, anche la posta in gioco. Il dossier che sovrasta gli altri è l’integrazione di Mediobanca, diventata centrale dopo l’operazione che ha consegnato a Siena il controllo della banca d’affari. Il prossimo board dovrà trasformare un risultato azionario in un progetto operativo: governance, sinergie, perimetro, gestione dei rischi, tenuta delle persone chiave.

È qui che l’endorsement del Mef vale più della percentuale in portafoglio: anche con una quota sotto il 5%, lo Stato resta un attore che orienta. Perché pesa nelle interlocuzioni istituzionali, perché conta nella percezione di stabilità del mercato e perché Mps è un caso-simbolo: banca risanata, tornata profittevole, rimessa in carreggiata dopo anni di emergenze. La scommessa, ora, è non trasformare la fase di crescita in una stagione di frizioni permanenti.

Sul fronte dei soci, il sostegno più esplicito a Lovaglio è arrivato da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, guidata da Francesco Milleri. Il messaggio è quello della continuità manageriale, in nome di una strategia che punta a consolidare valore e influenza. Dall’altra parte, la posizione del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone viene letta come più prudente: non un no, ma un’attesa vigile, con la scelta di non alimentare un dibattito pubblico che potrebbe essere interpretato come pressione diretta sulla governance.

In questo quadro, la nota attribuita al gruppo Caltagirone ha avuto il tono di chi vuole restare in equilibrio sul filo: “Il gruppo, come socio, attende per esprimere il proprio parere l’assemblea e la consultazione eventualmente prevista. Si mantiene pertanto in silenzio non intendendo correttamente influenzare le decisioni in merito del cda”. Una frase che, letta tra le righe, racconta due cose: la volontà di non esporre la società a interpretazioni e, insieme, l’intenzione di non uscire dalla partita.

A complicare il cammino c’è poi la meccanica con cui si costruirà la lista del consiglio uscente. Il punto non è tecnico: è politico. Chi entra nel perimetro della selezione? Con quali filtri? Con quali astensioni? Il tema è diventato sensibile anche perché una parte del board sta valutando procedure che riducano il coinvolgimento di chi risulta toccato dall’indagine, per ragioni di opportunità e tutela. L’effetto collaterale, però, è evidente: spostare equilibri e leve nella fase in cui si decide la “mappa” del prossimo potere interno.

L’inchiesta della magistratura, infatti, agisce come un acceleratore di cautela. Non serve nemmeno che arrivi un atto nuovo: basta la presenza del fascicolo a irrigidire comportamenti e comunicazione. Ogni contatto, ogni convergenza, ogni mossa di governance rischia di essere letta in controluce. E così la partita diventa paradossale: tutti vogliono arrivare a una soluzione ordinata, ma proprio il bisogno di “ordine” rende più difficile discutere apertamente.

Nel frattempo, il calendario non concede tregua. Tra fine inverno e primavera si concentrano passaggi formali, assemblee e decisioni sulla composizione del board. E in parallelo resta aperta la questione più grande: dove si colloca Mps nel consolidamento bancario italiano? Quando una banca diventa snodo, la governance diventa anche un messaggio al mercato: dice se prevale l’idea di una continuità “di sistema” o se si entra in una fase di scontri tra azionisti, con il rischio di rallentare scelte industriali già complesse.

Per questo la conferma di Lovaglio non è solo una valutazione sul manager: è una scelta sulla traiettoria. Continuità significa provare a chiudere il cantiere Mediobanca con una regia stabile; discontinuità significa riaprire tutte le domande insieme, proprio quando i tempi si stringono. È il motivo per cui, anche tra i sostenitori, cresce una consapevolezza: la vera sfida non è vincere una votazione, ma evitare che la governance diventi un campo di battaglia permanente.

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