È un “no, non ancora” che vale più di una firma mancata. Giorgia Meloni ha congelato l’adesione italiana al Board of Peace legato alla crisi di Gaza e promosso da Donald Trump, rivendicando due livelli di problema: uno giuridico, l’altro apertamente politico. Sul primo, la premier è stata netta: serve tempo perché lo statuto dell’organismo non sarebbe immediatamente compatibile con i paletti della Costituzione italiana.
Il punto, spiegato dalla presidente del Consiglio, ruota attorno all’articolo 11: l’Italia può aderire a forme di cooperazione internazionale e a cessioni di sovranità solo “in condizioni di parità tra gli Stati”. È qui che, secondo la linea di Palazzo Chigi, il Board non offrirebbe garanzie sufficienti. Tradotto: non è un rifiuto di principio, ma un avvertimento istituzionale che congela la decisione e sposta il dossier su un terreno più prudente.
Ma c’è un secondo elemento, meno “da giuristi” e più da geopolitica pura: la composizione del Board. L’eventuale presenza di Vladimir Putin (insieme ad altri leader considerati problematici nel campo occidentale) ha fatto scattare una tensione politica evidente: dopo anni di postura costante sull’Ucraina, sedersi a un tavolo di “pace” con il Cremlino rischierebbe di diventare una fotografia difficile da giustificare, dentro e fuori l’Italia.
Il tema è esploso anche nel confronto televisivo: incalzata sull’idea che il Board possa trasformarsi in una sorta di organismo alternativo alle Nazioni Unite, Meloni ha respinto la suggestione, ribadendo che nessun soggetto può sostituire l’Onu. Eppure, nel dibattito internazionale, il sospetto resta: quando nasce un “nuovo tavolo” spinto dalla Casa Bianca, le capitali europee si chiedono sempre quale sia il prezzo politico, e quale l’effetto collaterale sul multilateralismo classico.
Intanto, la partita si muove su più scacchiere. Da un lato, l’Italia non vuole apparire come il Paese che si auto-esclude da un formato in cui gli Stati Uniti investono peso e prestigio. Dall’altro, Roma non vuole nemmeno trovarsi intrappolata in una cornice che potrebbe urtare l’impianto costituzionale o generare frizioni con gli alleati europei. Il risultato è una scelta di “freno controllato”: non rompere, ma neppure firmare con leggerezza.
Nel perimetro della maggioranza, la linea ha raccolto consensi trasversali, anche se non sono mancati distinguo e frasi ad effetto: l’idea, in sintesi, è che in diplomazia “stare fuori” significa rischiare di subire decisioni altrui. Sul fronte opposto, le opposizioni hanno spinto per un rifiuto più netto, temendo che l’adesione trascini l’Italia in un’iniziativa percepita come troppo sbilanciata sugli interessi americani e troppo ambigua sui partner seduti al tavolo.
Un capitolo a parte riguarda il clima più ampio tra Washington ed Europa. Meloni ha insistito su un concetto: parte delle frizioni nasce dall’assenza di comunicazione e va ricostruito il dialogo. Un messaggio che si intreccia con un contesto già carico di tensioni economiche e strategiche, dove ogni iniziativa “firma o non firma” diventa un segnale politico letto in tempo reale da mercati, alleati e rivali.
Il dossier non è chiuso: nelle prossime settimane l’Italia potrebbe scegliere un profilo più basso, una partecipazione limitata o una formula che eviti l’adesione piena. Ma, per ora, il messaggio è chiaro: Roma vuole restare nel gioco senza consegnarsi a un gioco scritto da altri. E se la diplomazia è fatta di gesti, questo è un gesto che pesa: la premier ha trasformato una firma “rimandata” in una posizione politica, con dentro Costituzione, alleanze e un nome che divide più di tutti: Putin.