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Italia, un Paese a capitale straniero. L’Istat fotografa il peso delle multinazionali estere

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Italia, un Paese a capitale straniero. L’Istat fotografa il peso delle multinazionali estere

Nel silenzio delle cifre, l’Italia continua a essere una terra di conquista per i grandi gruppi stranieri. Non in senso predatorio, ma economico: le imprese a controllo estero, appena lo 0,4% del totale, muovono quasi un quinto del fatturato nazionale e generano oltre il 17% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi. È la fotografia scattata dall’Istat, che nel suo ultimo rapporto conferma come il baricentro dell’economia italiana resti saldamente inserito nelle logiche globali.

Italia, un Paese a capitale straniero. L’Istat fotografa il peso delle multinazionali estere

Le aziende con sede fuori dai confini occupano oggi il 9,8% degli addetti, circa 1,8 milioni di persone, e fatturano 887 miliardi di euro, un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente ma compensato da un incremento dell’8,3% nel valore aggiunto. La loro presenza si concentra soprattutto nei servizi, ma resta significativa anche nell’industria manifatturiera, dove producono oltre il 40% del giro d’affari complessivo a controllo estero.

Innovazione e ricerca: il peso degli investimenti stranieri

Il rapporto sottolinea anche la crescente spesa in ricerca e sviluppo, salita del 6,8% e pari a 6 miliardi di euro, a conferma del ruolo di traino che le multinazionali estere svolgono nei settori tecnologici e avanzati. Oggi quasi quattro euro su dieci investiti in R&S in Italia provengono da imprese a capitale straniero. È un dato che segna una linea di dipendenza ma anche una spinta alla competitività: gli investimenti esteri restano un motore di innovazione senza il quale il sistema nazionale rischierebbe di rallentare.

Le multinazionali italiane all’estero
Se l’Italia si apre al capitale estero, gli imprenditori italiani continuano a guardare oltre confine. Le multinazionali italiane attive all’estero sono più di 25 mila, presenti in 171 Paesi e capaci di generare 560 miliardi di fatturato con 1,7 milioni di addetti. Il loro cuore produttivo resta industriale, con oltre metà della forza lavoro nei comparti manifatturieri e un fatturato che sfiora i 285 miliardi di euro.

I settori che trainano la crescita
L’industria farmaceutica, quella dei mezzi di trasporto e i servizi professionali si confermano i comparti più dinamici, con tassi di crescita a doppia cifra per occupazione e ricavi. L’export italiano mantiene poi la sua vocazione storica: meccanica, moda, agroalimentare e design restano i pilastri del Made in Italy che continuano a sedurre i mercati internazionali e a garantire presenza e reputazione del marchio Italia nel mondo.

Una rete di interdipendenze globali
In controluce, il quadro dell’Istat restituisce l’immagine di un Paese fortemente interconnesso con il resto del mondo, nel quale i confini economici sono ormai permeabili. Le aziende straniere portano capitali, competenze e tecnologia, mentre quelle italiane esportano conoscenze, prodotti e marchi. È la doppia faccia della globalizzazione produttiva: una rete di interdipendenze che rende l’Italia tanto più vulnerabile quanto più centrale nei flussi dell’economia mondiale.

La questione della sovranità economica
La presenza delle multinazionali in Italia non è solo una questione di mercato, ma di struttura. Senza di esse, mancherebbe una parte essenziale del valore generato nei settori più dinamici. Ma resta aperta la domanda di fondo: fino a che punto questa dipendenza dal capitale estero rafforza o indebolisce la sovranità economica del Paese?
Per ora, le cifre parlano chiaro: quasi un quinto dell’economia italiana è a capitale straniero. Un segno dei tempi, e un equilibrio sempre più delicato tra attrazione degli investimenti e autonomia produttiva.

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