Il fotovoltaico resta il motore dell’occupazione globale, ma lo squilibrio geografico pesa: l’Asia domina e la sfida ora è formare competenze lungo tutta la filiera.
Nel 2024 l’occupazione mondiale legata alle energie rinnovabili è salita a 16,6 milioni, con un incremento del +2,3%. È un progresso che conferma la traiettoria di espansione, ma segnala anche una fase più “matura” del settore: la crescita continua, però non corre più alla stessa velocità di alcuni anni fa.
Guardando alle tecnologie, il solare fotovoltaico mantiene nettamente il primato. Nel 2024 ha impiegato 7,3 milioni di persone, trainato dalla diffusione degli impianti e dalla produzione industriale dei pannelli. La geografia del lavoro, però, è tutt’altro che equilibrata: l’Asia ospita circa tre quarti degli occupati del comparto fotovoltaico globale, con la Cina che da sola arriva a 4,2 milioni di posti nel settore.
Al secondo posto si collocano i biocarburanti liquidi, con 2,6 milioni di addetti nel 2024. Anche qui la concentrazione è marcata: una quota rilevante dell’occupazione è generata in Asia, a conferma di una catena del valore sempre più spostata verso Oriente.
Segue l’idroelettrico, che nel 2024 conta circa 2,3 milioni di occupati. L’eolico è subito dietro, con circa 1,9 milioni di persone impiegate, tra sviluppo, installazione, componentistica, gestione e manutenzione degli impianti.
Il punto più politico del quadro, però, riguarda il “dove” e il “come” si crea lavoro: non basta installare più rinnovabili, serve anche costruire competenze e capacità industriali diffuse. "L’utilizzo delle energie rinnovabili è in forte espansione, ma l’aspetto umano è importante quanto quello tecnologico", ha commentato Francesco La Camera, direttore generale di Irena (International Renewable Energy Agency – Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili).
Nella stessa linea, La Camera ha richiamato i governi a un salto di qualità: "I governi devono mettere le persone al centro dei loro obiettivi energetici e climatici attraverso politiche commerciali e industriali che stimolino gli investimenti, rafforzino le capacità nazionali e sviluppino una forza lavoro qualificata lungo tutta la catena di approvvigionamento".
Il tema dello squilibrio geografico torna come un avvertimento strategico: "Lo squilibrio geografico nella crescita dell’occupazione ci ricorda che è necessario rimettere in carreggiata la collaborazione internazionale". In altre parole: la transizione procede, ma rischia di creare vincitori e “periferie industriali” se non viene accompagnata da politiche di formazione, filiere locali e cooperazione tra aree economiche.
Dietro i numeri c’è anche un cambio strutturale: l’aumento della capacità rinnovabile installata non si traduce sempre in una crescita proporzionale dell’occupazione, perché la tecnologia diventa più efficiente, le catene produttive si consolidano e l’automazione cresce. Questo rende ancora più decisivo investire nella qualità del lavoro: formazione tecnica, sicurezza, riqualificazione di lavoratori provenienti da settori fossili, e attrazione di nuove competenze in ingegneria, rete elettrica, accumuli e gestione digitale degli impianti.
Il messaggio finale è chiaro: le rinnovabili continuano a creare posti di lavoro, ma la partita si gioca sempre più su politiche industriali, competenze e distribuzione geografica della crescita. Chi costruisce filiere e formazione oggi, domani non importerà solo energia pulita: importerà meno tecnologia e tratterrà più lavoro.