Un cortocircuito dopo l’altro: Ucraina, militari nelle città, pacchetto sicurezza e Mercosur. Il Carroccio smette i guanti, rinfaccia “promesse” e riapre la partita più simbolica: l’Interno.
(Foto: Matteo Salvini, leader della Lega e ministro).
A Roma la chiamano “dialettica di governo”. In via Bellerio la traducono con meno diplomazia: basta ingoiare. Nelle prime settimane del 2026 la maggioranza si è ritrovata a litigare su tutto ciò che pesa nell’immaginario elettorale della destra: guerra e confini, ordine pubblico, sicurezza in strada, agricoltura e commercio internazionale. E quando le frizioni diventano una serie, la Lega decide che non è più tempo di “sorvolare”: rialza la posta e rimette sul tavolo il dossier più identitario, quello che parla al suo popolo come una madeleine politica: il Viminale per Matteo Salvini.
Il punto non è soltanto una poltrona. È una traiettoria: la Lega vuole tornare a occupare la scena su ciò che considera “suo” (sicurezza, immigrazione, presenza dello Stato), mentre Fratelli d’Italia difende la regia complessiva e prova a non farsi trascinare in una campagna elettorale permanente dentro Palazzo Chigi. In mezzo, un equilibrio delicato: Matteo Piantedosi all’Interno, Guido Crosetto alla Difesa, Antonio Tajani agli Esteri. Ogni scossone tocca il meccanismo di pesi e contrappesi che fin qui ha evitato la “crisi vera”.
Lo spartiacque più recente è stato il decreto Ucraina approvato a fine 2025, dove la Lega ha cercato di ridurre o sterilizzare i richiami agli aiuti militari. È una linea coerente con il suo elettorato, ma crea attrito con la postura internazionale della premier e con la necessità di mantenere una posizione leggibile nei tavoli europei e atlantici. Non a caso, nelle stesse ore in cui la tensione saliva, Giorgia Meloni ha marcato un confine politico: niente invio di soldati italiani in Ucraina, impostazione di sicurezza fondata su garanzie e alleanze, non su missioni “di bandiera” dal costo interno altissimo.
Ma se l’Ucraina è il tema che divide per cultura politica, la sicurezza è quello che divide per concorrenza. Qui non ci sono sfumature ideologiche: c’è una gara a chi “firma” la stretta, chi detta l’agenda, chi si prende il merito. Il cortocircuito esplode attorno a Strade Sicure, l’operazione che impiega militari per presidiare obiettivi sensibili e aree urbane. La Lega vuole più uomini, più presenza, più visibilità. Dal fronte Difesa, invece, la tesi è che i soldati debbano tornare a fare i soldati e che la coperta organica non consenta di trasformare stabilmente l’Esercito in un presidio urbano permanente.
È qui che la polemica diventa personale e simbolica. Nel confronto pubblico tra esponenti di maggioranza, la Lega rivendica l’idea di “più divise in strada” come risposta immediata al senso di insicurezza. E quando dal lato di FdI arriva l’argomento opposto, lo scontro non resta tecnico: diventa una battaglia per il marchio “destra e sicurezza”. Il messaggio leghista, tradotto, è semplice: se la sicurezza è il campo di battaglia, allora la Lega pretende di guidare l’armata. “Non possiamo fare a gara su chi se la intesta, serve una linea comune” è la versione gentile. La versione ruvida punta dritta al bersaglio: il Viminale.
Il ritorno di Salvini all’Interno non è una fantasia nata oggi. La richiesta era già emersa nella primavera 2025, quando il leader leghista aveva “prenotato” pubblicamente l’idea di rientrare nel ministero che lo ha consacrato. Allora, però, la risposta degli alleati fu un muro: niente rimpasti, niente spostamenti che somiglino a un regolamento di conti interno. Meloni blindò Piantedosi, e anche Forza Italia fece capire che aprire quel capitolo avrebbe significato aprire tutti gli altri. La parola d’ordine era stabilità. Oggi, con una maggioranza che discute su ogni dossier “sensibile”, quella stabilità è più costosa da mantenere.
Poi è arrivato il Mercosur, ed è diventato benzina sul fuoco. L’accordo commerciale tra Unione europea e blocco sudamericano è un tema tecnico solo sulla carta: in Italia si incrocia con un nervo scoperto, quello del mondo agricolo e delle filiere alimentari. La premier ha dato il via libera puntando su garanzie e salvaguardie, in una partita europea che guarda anche a export e competitività. La Lega, invece, ha scelto di distinguersi con durezza: teme l’impatto sull’agroalimentare e fiuta l’occasione politica di stare “dalla parte dei trattori”, facendo pagare a FdI il prezzo del sì.
Ed è qui che la trama si ricompone: Ucraina, Strade Sicure, Mercosur non sono episodi scollegati. Per la Lega sono tre palchi diversi su cui recitare lo stesso copione: “noi difendiamo sicurezza e interessi nazionali, voi vi fate dettare la linea”. Per FdI, al contrario, la linea è: “governare significa scegliere, mediare, stare in Europa senza perdere la faccia”. Due posture che possono convivere finché c’è un arbitro riconosciuto. Ma se l’arbitro diventa anche un competitor elettorale, ogni fischio fa discutere.
Il nodo del Viminale, allora, diventa la scorciatoia narrativa: se la Lega vuole “più sicurezza” e vuole intestarsela, chiede di controllare il ministero che più di tutti trasforma le parole in percezione pubblica. Non è detto che accada davvero: un rimpasto che sposti Piantedosi significherebbe riscrivere l’equilibrio tra partiti e tra ministeri, con un effetto domino su dossier, deleghe e gestione delle emergenze. Ma come minaccia politica funziona: costringe gli alleati a misurarsi con la domanda di visibilità leghista senza concedere un trofeo che ridisegnerebbe l’architettura del governo.
Nel frattempo, la premier prova a tenere insieme due tempi diversi: quello dell’azione di governo (provvedimenti, decreti, negoziati europei) e quello della comunicazione politica, dove ogni socio di coalizione vuole mettere la bandierina. È un gioco che si regge finché le scelte più divisive restano rinviabili o addomesticabili con compromessi. Ma alcune scelte non lo sono: l’Ucraina impone un posizionamento, il Mercosur impone una decisione, la sicurezza urbana impone una strategia credibile oltre lo slogan.
La fotografia di gennaio, quindi, è questa: la Lega non sta semplicemente protestando. Sta negoziando a voce alta il suo spazio nel governo e nel racconto del governo. E nel pacchetto delle richieste, il Viminale è la clausola più pesante, quella che dice agli alleati: “Se la sicurezza è la vostra vetrina, allora vogliamo le chiavi del negozio”.
Resta la domanda finale, quella che in maggioranza nessuno pronuncia fino in fondo: questa è una sfida per contare di più dentro, o è l’inizio di una strategia per contare di più fuori (cioè nel Paese), anche a costo di logorare l’alleanza? Se la risposta sarà “dentro”, vedremo compromessi, qualche sorriso di circostanza e un altro giro di tavoli. Se sarà “fuori”, allora il Viminale diventerà non un obiettivo, ma un pretesto: il modo più rapido per trasformare le frizioni di governo in una campagna elettorale permanente.