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Iran, Trump minaccia: “Se succede qualcosa sarà cancellato dalla faccia della terra”

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Iran, Trump minaccia: “Se succede qualcosa sarà cancellato dalla faccia della terra”

L’Iran torna al centro della tensione internazionale nel giorno in cui la repressione interna e la pressione esterna si alimentano a vicenda. Da un lato, le proteste che attraversano diverse aree del Paese continuano a produrre arresti, paura e un clima da emergenza permanente. Dall’altro, le parole del presidente americano Donald Trump alzano ulteriormente la temperatura geopolitica: “Se succede qualcosa”, ha detto, l’Iran rischia di essere “cancellato dalla faccia della Terra”.

Iran, Trump minaccia: “Se succede qualcosa sarà cancellato dalla faccia della terra”

Un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche e che arriva mentre Teheran mantiene un controllo rigido sul fronte delle comunicazioni, con il blocco di Internet che prosegue e rende più difficile verificare in tempo reale ciò che accade nelle città e nelle province.

Il blackout digitale non è un dettaglio tecnico: è parte del conflitto. La rete, oggi, è la piazza dove le proteste si organizzano, dove le immagini circolano, dove la narrazione si costruisce. Spegnerla significa ridurre la capacità dei cittadini di raccontare, documentare, coordinarsi. Significa anche isolare un Paese già sotto pressione, lasciando spazio a un vuoto informativo in cui si moltiplicano voci, allarmi, versioni contrapposte. La scelta di tagliare o limitare l’accesso alla rete viene letta come una misura per contenere la mobilitazione e impedire che il dissenso si trasformi in un’onda nazionale ancora più ampia.

Nel frattempo, il fronte politico interno appare frammentato. Antonio Tajani ha sottolineato che l’opposizione “è frazionata e non è forte”, un’osservazione che fotografa un elemento chiave della crisi: la protesta può essere diffusa e coraggiosa, ma senza una struttura capace di reggere l’urto della repressione e trasformare la piazza in un progetto politico, il rischio è quello di restare intrappolati in una spirale di violenza e silenzio. L’assenza di un centro riconosciuto, di una leadership condivisa o di una piattaforma unitaria rende più semplice per il potere colpire, dividere, intimidire.

In questo quadro, la minaccia di Trump non si inserisce come un fatto isolato, ma come un acceleratore. Perché ogni parola pronunciata da Washington può diventare un’arma propagandistica per Teheran, che può presentare la crisi come un assedio esterno e irrigidire ancora di più la risposta interna.

Allo stesso tempo, però, il messaggio americano segnala quanto la crisi iraniana venga ormai letta anche come un rischio di sicurezza globale, non soltanto come un conflitto domestico. Il punto non è solo la gestione delle proteste, ma la possibilità che la tensione degeneri, trascinando attori regionali e internazionali in una nuova fase di instabilità.

Il dato più inquietante, però, è un altro: non si tratta di un fenomeno “invisibile” o confinato. Al contrario, la dimensione della repressione appare sistematica e più vasta di quanto si riesca a misurare con strumenti tradizionali. Proprio perché avviene anche dove non ci sono telecamere, dove i riflettori mediatici non arrivano, dove il blocco della rete spezza il flusso delle prove e delle testimonianze. È lì che la violenza può diventare più opaca, più difficile da documentare, più semplice da negare. Ed è lì che il conto umano rischia di crescere senza statistiche certe, senza numeri ufficiali credibili, senza la possibilità di ricostruire subito responsabilità e dinamiche.

Il risultato è una crisi che si muove su due binari: uno interno, fatto di piazze, paura e controllo; e uno esterno, fatto di minacce, pressione internazionale e rischio escalation. E mentre il mondo osserva, l’Iran resta sospeso tra la forza del dissenso e la durezza del potere, in una partita che non si gioca solo nei palazzi di Teheran, ma anche nei silenzi imposti, nelle connessioni tagliate e nelle zone d’ombra dove “non si vede”, ma accade.

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