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Edim Bosch in bilico: liquidità bloccata e rischio vendita

- di: Bruno Coletta
 
Edim Bosch in bilico: liquidità bloccata e rischio vendita
Quando la liquidità si chiude e l’ombra della vendita diventa concreta.

Il gruppo Bosch – storica azienda tedesca della componentistica – ha deciso di «chiudere i rubinetti» della liquidità per la sua controllata italiana Edim, facendo scattare un allarme rosso negli stabilimenti di Quero (Bl) e Villasanta (Mi). Una mossa che apre una crisi così grave da costringere l’azienda nel Nordest a chiedere l’ingresso nella “composizione negoziale di crisi”, cioè un meccanismo (normato) ­che valuta se l’azienda abbia ancora margini di rilancio oppure debba procedere a cessione o liquidazione.

I fatti: indebitamento, stop ai flussi, cassa integrazione

Negli ultimi mesi Edim ha visto un indebitamento che supererebbe il 56 % sul fatturato, avendo superato il limite del 66 % che – secondo quanto dichiarato da rappresentanti sindacali – comporterebbe il passaggio automatico in amministrazione straordinaria. Secondo il sindacalista Stefano Bona (FIOM CGIL), «di fatto, l’azienda è già dentro» questa soglia di allarme.

Nel frattempo, Bosch ha annunciato un piano di risanamento del suo comparto componentistica: entro il 2030 prevede risparmi per 2,5 miliardi di euro e 22 mila posti di lavoro a rischio, principalmente in Germania. Per effetto di ciò, la controllata italiana ha ricevuto comunicazione che non sarà più sostenuta con nuovi finanziamenti di riserva. Lo stabilimento di Quero opera già in condizioni critiche: la maggiore committente, Bosch stessa, sta dismettendo il suo impegno.

Il meccanismo della composizione negoziale: scelta obbligata

La scelta di Edim di accedere alla composizione negoziale è la presa d’atto che la situazione finanziaria è «disastrata», come spiegato da Bona. L’iter prevede la nomina di uno «super­esperto» (solitamente un commercialista) entro e non oltre sei mesi, prorogabili di ulteriori sei, che dovrà indicare se esistono reali possibilità di risanamento oppure se l’unica strada è la vendita degli stabilimenti o la loro chiusura.

Il che significa che il destino dello stabilimento di Quero (e dell’altro di Villasanta) è appeso a una decisione che potrebbe arrivare entro la prima metà del 2026. Ma i tempi stretti e le condizioni già dure mettono fortemente in dubbio un esito positivo.

Il punto di vista dei sindacati e dei lavoratori

I rappresentanti sindacali non nascondono la tensione. Il segretario della FIM CISL della provincia di Belluno-Treviso, Mauro Zuglian, ha definito la situazione «profondamente preoccupante» in un comunicato del 3 luglio 2025, all’indomani di assemblee con i lavoratori: il fatturato era già in forte contrazione e l’organico, partito da circa 332 dipendenti a inizio anno, era stimato in 230 entro dicembre. (Fonte: Cisl Belluno-Treviso) In assemblea molti operai hanno chiesto: «Quale sarà il nostro futuro?». Nessuno, ad oggi, è in grado di fornire una risposta definitiva. Nel frattempo, due reparti hanno già programmato ferie natalizie anticipate a partire dal 5 dicembre per sei settimane, con contorno di «cassa integrazione» che scadrà il 2 febbraio prossimo. Dopo? Ancora troppe incognite.

La posizione di Bosch: esercizio di responsabilità o fuga strategica?

Secondo gli addetti ai lavori, Bosch aveva investito in passato circa 200 milioni di euro nello stabilimento di Quero. Da qui la legittima domanda dei dipendenti: «Se l’operazione gli portava vantaggi, non può disimpegnarsi in questo modo». Parole amare di Bona.

Dal canto suo, Bosch sta ristrutturando il business globale della componentistica e sta riducendo il rischio nei suoi asset meno performanti. Secondo un articolo del 24 settembre 2025, le commesse in calo e un piano di rilancio non riuscito avrebbero messo lo stabilimento di Quero «a tinte fosche». (Fonte: Telebelluno) Si sta pur sempre parlando di uno scenario in cui la decisione è strategica: uscire da investimenti che non generano più ritorni certi.

Due strade sul tavolo: risanamento o vendita

Il super-esperto dovrà valutare principalmente due scenari: il risanamento interno oppure la vendita. Il risanamento appare oggi «difficilmente percorribile», ha detto Bona, perché Edim non ha più clienti saldi – la principale clientela, Bosch, si sta disimpegnando. Il che apre la seconda opzione: la vendita degli stabilimenti. Quel che è certo è che eventuali acquirenti cercheranno di acquisire gli impianti “debt-free”, cioè senza carico di debiti. (Fonte: Medianordest, 18 ott 2025) Se la vendita non si concretizza, lo scenario peggiore è quello della chiusura o della ristrutturazione pesante con forti ricadute occupazionali.

Implicazioni per il territorio e la filiera

Lo stabilimento di Quero è un pezzo importante della comunità bellunese: perdere un grande polo industriale significherebbe un effetto domino sulla catena fornitori, indotto e occupazione di un’area già messa sotto stress dalla congiuntura. Analogamente, Villasanta in provincia di Milano è sede di supply chain motore dell’area milanese. Se la crisi non si arresta, l’effetto sarà duplice: da una parte la perdita di posti di lavoro, dall’altra la contrazione di capacità industriale in un settore — la componentistica auto — che sta vivendo una fase di trasformazione verso l’elettrico e la mobilità sostenibile.

Cosa tenere d’occhio nelle prossime settimane

  • La nomina ufficiale del “superesperto” incaricato della verifica e la data di avvio del procedimento di composizione negoziale.
  • Il rapporto che verrà redatto entro sei mesi (o dodici se prorogati) che indicherà la strada: risanamento o vendita.
  • Le proposte di eventuali acquirenti interessati agli stabilimenti di Quero e Villasanta, e sotto quali condizioni (ad esempio «debt-free»).
  • L’evoluzione delle trattative con i sindacati, la durata prevista della cassa integrazione e le eventuali misure di tutela occupazionale nazionali o regionali.
  • L’impatto sul territorio: possibili reazioni istituzionali, impegno delle Regioni interessate e delle parti sociali.

In definitiva, l’operazione Bosch → Edim sta tracciando una linea d’interruzione nella storia industriale di un’area che ha creduto nell’investimento e negli impianti. Il risultato finale di questa partita potrebbe diventare un paradigma per molte aziende della componentistica italiane: quando la casa madre internazionale chiude i flussi di finanziamento, le opzioni restano poche e drastiche.

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