Tech e IA fanno volare New York ai massimi storici; all’alba l’Asia si muove a scatti tra prese di profitto, petrolio in calo e geopolitica che torna a fare rumore.
La notte americana lascia una fotografia nitida: Wall Street ha chiuso in modalità “festa”, con i grandi indici ancora una volta aggiornati ai record. Il Dow Jones ha guadagnato +1,0% a 49.462,08, l’S&P 500 è salito di +0,6% a 6.944,82 e il Nasdaq ha messo a segno +0,6% a 23.547,17. Il copione è quello che gli investitori conoscono bene: l’onda lunga della tecnologia — e soprattutto dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale — che continua a spingere l’azionario statunitense.
Il tema dominante resta l’aspettativa di una crescita che, almeno per ora, non si spegne e di tassi che non tornano a mordere. In questo contesto, la Federal Reserve viene letta come “guardiana” della narrativa: il mercato scommette su un atteggiamento prudente nel breve, con la bussola puntata sui dati macro e in particolare sul lavoro. Nel frattempo, la passerella tech (con l’attenzione catalizzata dalle novità in arrivo dal CES di Las Vegas) alimenta l’idea che la domanda di chip, cloud e infrastrutture per l’IA non sia un fuoco di paglia.
Quando però l’Asia accende i monitor, l’euforia si fa meno lineare. A Tokyo il Nikkei 225 arretra di -0,9% a 52.041,97, mentre a Seoul il Kospi scende di -0,5% a 4.503,23: due mercati che arrivavano da corsa tirata e che, dopo i record recenti, respirano con prese di beneficio e un pizzico di cautela.
La mappa è più favorevole in Australia, dove l’S&P/ASX 200 apre in rialzo di +0,3% a 8.708,50, sostenuto dalla componente legata alle materie prime e da un clima di “risk-on” che, pur con scosse, non si è ancora rotto. In Cina la Shanghai Composite avanza di +0,3% a 4.095,94, segnale di una domanda che resta presente sul listino domestico.
Diverso il tono a Hong Kong: l’Hang Seng cede -1,0% a 26.471,97, frenato da rotazioni e dall’avversione al rischio che tende a colpire più facilmente i mercati “aperti” agli investitori globali quando la temperatura geopolitica sale.
Ed è qui che entra in scena il secondo motore della giornata: l’energia. Il petrolio scivola e diventa, paradossalmente, sia “sconto” per l’inflazione futura sia campanello d’allarme per il contesto internazionale. In Asia i future mostrano un arretramento, con il WTI attorno a 56,48 dollari e il Brent vicino a 60,22 dollari. Il messaggio per i trader è duplice: da un lato carburante più economico può alleggerire i costi; dall’altro il motivo del movimento conta quanto il movimento stesso.
La geopolitica, infatti, torna a occupare spazio nei commenti. “L’incertezza globale continua ad approfondirsi”, è la sintesi attribuita a Tan Boon Heng di Mizuho Bank, in un passaggio che fotografa bene il clima: mercati che vorrebbero concentrarsi su utili, tassi e tecnologia, ma che sono costretti a fare i conti con notizie e tensioni capaci di cambiare l’umore da un’ora all’altra.
In questo scenario, anche il cambio e i rendimenti entrano nella trama: un dollaro tonico e movimenti sui Treasury segnalano che l’appuntamento con i dati USA resta il vero “semaforo” della settimana. Se il lavoro dovesse sorprendere, il mercato potrebbe ricalibrare le attese sui tagli dei tassi; se invece i numeri confermassero un raffreddamento ordinato, l’azionario avrebbe un altro assist per mantenere la rotta.
Il punto, per chi guarda dall’Europa, è che la seduta asiatica non sta negando la forza di Wall Street: la sta semplicemente mettendo alla prova. Dopo una chiusura americana da record, l’Asia sceglie la prudenza selettiva: vende dove la corsa è stata più ripida, compra dove vede supporti (o storie domestiche) e resta sensibile alle notizie che arrivano dal fronte geopolitico e dalle materie prime. Tradotto: giornata piena di segnali, e nessuno da ignorare.