La nostra biblioteca - Evan Hunter - Le strade d'oro - II paradiso in terra, visto dagli immigrati italiani in America

- di: Diego Minuti
 
Quante vite ha vissuto Evan Hunter? Difficile capirlo perché ha scritto oltre 250 opere, che si sono aggiunte al suo lavoro di sceneggiatore (come per lo script de ''Gli uccelli'', di Alfred Hitchcock), acquistando una fama che ha attraversato le identità che, via via, ha scelto, quasi che pensasse che ogni nuovo filone non potesse essere apprezzato per intero se si fosse saputo che a scriverlo era la stessa mano che, ad esempio, ma è il primo che viene alla mente, scriveva la saga dell'87/mo distretto, che gli ha dato una fama planetaria.
Ma, ancora prima, il suo ''Il seme della violenza'' (''Blackborad Jungle'', il titolo originario del romanzo), del 1954, era diventato, appena un anno dopo, un film di successo, svelando con cruda evidenza, la marginalità che vivevano i giovani del ghetto nelle grandi città americane, dove le scuole erano spesso una frontiera tra i sogni e la realtà.

Recensione: Evan Hunter - Le strade d'oro

Evan Hunter non è il nome originario dello scrittore (anche se lo è diventato con un atto legale nel 1952), che si chiamava Salvatore Albert Lombino (nato a New York nel 1926, morto nel 2005, in Connecticut).
Un ragazzo, nato e cresciuto a New York, da una famiglia di origine italiana (che per lui era solo quella del nonno materno, Giuseppantonio Coppola, lucano emigrato in America) che, nella terra delle opportunità, cercava un riscatto morale che non gli era stato concesso in patria.
Una storia come tante altre che Hunter si è portato sempre dietro e che ha voluto trasfondere anche nella trama dei suoi romanzi. Come quando diede al personaggio centrale delle storie dell'87/mo distretto un cognome italiano, Carella. Personaggio centrale, ma non il principale, trattandosi di una narrazione corale, che poi ha fatto da battistrada alla sterminata produzione seriale dei polizieschi ''made in Usa'', da Law & Order a Csi, a NYPD Blue, tanto per citarne qualcuna.

Le vicende dei detective dell'87/mo distretto sono ambientate nella città di Isola, dove non è difficile identificare New York, cui Hunter aveva cambiato il come come alle altre zone e quartieri della città. E chissà se mai condivise la scelta che, nella traduzione italiana, Carella diventasse Carell, pensando forse gli editori che un nome americanizzato fosse più plausibile. Un ''errore'' corretto a distanza di anni, quando Carella riebbe il suo nome.
Ma Evan Hunter non aveva mai reciso i suoi legami con le origini e nel 1974, quando era già famosissimo, scrisse e pubblicò ''Streets of Gold'', che disse di ritenere il suo più bel romanzo e che, per assurdo che possa apparire, nonostante l'ambientazione ''italiana'' non era mai arrivato da noi.

''Le strade d'oro'' (Neri Pozza - pag.483 - 20,00 euro), arriva in questi giorni al giudizio dei lettori italiani, nella bella traduzione di Giuseppe Costigliola. Il libro è un racconto, di vite e di episodi, di ambiente e di sogni, dove niente è reale, tutto è frutto della fantasia dello scrittore, ma non per questo perde forza la descrizione di eventi rimasti nella sua memoria e che lui rielaborò, per segnare un netto confine tra i suoi ricordi e la fantasia, parlando di una famiglia che forse non era esattamente la sua, ma che sicuramente molto gli si avvicinava.
La sua famiglia, quindi, per Hunter non è stata qualcosa da raccontare e basta, ma anche da usare per fare capire realtà e mondi che lo scrittore conosceva a menadito e volle proporre al giudizio del lettore. Un libro scritto con amore per ciò che dice, ma soprattutto per quella massa magmatica di ricordi che mai l'autore mise da parte, soprattutto nella celebrazione di una armonia familiare in cui il faro era il nonno materno, fucina e crogiolo di esperienze da passare ai piccoli che, accanto a lui, crescevano.

Il traduttore, Giuseppe Costigliola, profondo conoscitore dell'opera di Hunter e più in generale della cultura anglo-americana, in una intervista ha affermato, parlando de ''Le strade d'oro'', che ''le famiglie italoamericane che erano legate ai nonni, si ritrovavano nella dimensione del pranzo della domenica passata insieme dai nonni ai nipoti, tipo clan. C’era un nucleo fondante. E’ molto bravo a raccontare questo: con passione, con trasporto ma anche con grande ironia, Ad esempio quando comincia a elencare le pietanze che si mangiavano in quei pranzi. E’ un racconto affettuoso ma anche ironico''.
Ma ora occorre fare una precisazione, perché se ''Le strade d'oro'' arriva ora in libreria, bisogna dire che già qualche anno fa il libro era stato tradotto, a cura del Comune lucano Ruvo del Monte, da cui la famiglia materna di Hunter partì alla volta degli Stati Uniti. Un gesto significativo che forse avrebbe meritato molta più eco di quella riservatagli.
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