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Siamo troppi o troppo pochi? La grande sfida del futuro demografico

- di: Jole Rosati
 
Siamo troppi o troppo pochi? La grande sfida del futuro demografico

Nel 1962, informa "scienzainrete – il gruppo 2003 per la ricerca scientifica", il biologo John Calhoun condusse un esperimento che avrebbe influenzato profondamente il dibattito sulla popolazione mondiale. Inserendo un gruppo di topi in un ambiente ricco di risorse, osservò che, dopo una rapida crescita iniziale, la popolazione si stabilizzava e declinava. I topi più anziani venivano esclusi dall’accesso al cibo, mentre molti cuccioli non sopravvivevano. Questo esperimento, descritto su Scientific American, suscitò riflessioni sulle dinamiche della popolazione umana.


La paura della sovrappopolazione
Negli anni ’60, il timore di un’imminente crisi demografica dominava il dibattito pubblico, alimentato da libri come Famine 1975! di William e Paul Paddock e The Population Bomb di Paul Ehrlich. Quest’ultimo avvertiva che “la fine è vicina” a causa del rapido aumento della popolazione e del conseguente esaurimento delle risorse. Tuttavia, queste previsioni apocalittiche si rivelarono inesatte.
La cosiddetta Rivoluzione verde, guidata dall’agronomo Norman Borlaug, rivoluzionò l’agricoltura con nuove tecnologie, sementi migliorate e fertilizzanti, aumentando la produzione di cibo su scala globale. Allo stesso tempo, l’economista Amartya Sen sottolineava che la fame non derivava dalla scarsità di risorse, ma dalla loro cattiva distribuzione: “La disuguaglianza, più che la quantità, è la vera causa della fame”.

Declino demografico: una nuova sfida
Mentre le paure di sovrappopolazione si attenuavano, emerse un fenomeno opposto: il declino demografico. Secondo il Global Burden of Disease Study, pubblicato su Lancet, la popolazione mondiale raggiungerà un picco di 9,7 miliardi nel 2064 per poi scendere a 8,7 miliardi entro il 2100. Solo sei Paesi – tra cui Somalia e Niger – manterranno un tasso di fertilità superiore al livello di sostituzione.
Questo declino è particolarmente evidente in Europa e Giappone, dove le nascite non compensano i decessi. Le ragioni includono l’accesso a metodi contraccettivi, l’istruzione femminile e scelte personali, come il rinvio della maternita. “Il calo delle nascite non è un fallimento, ma un riflesso dei progressi sociali”, spiega lo studioso Erle C. Ellis.

Impatti sull’ambiente e sulla società

Una popolazione in calo potrebbe contribuire a ridurre le emissioni di gas serra, come indicato dall’IPCC. Tuttavia, Bill McKibben, autore di The End of Nature, avverte che la natura è ormai plasmata dall’uomo: “Meno persone attive significano meno risorse destinate alla conservazione ambientale”.
L’“Age of Depopulation” pone inoltre sfide economiche. Con meno persone in età lavorativa e più anziani da sostenere, gli investimenti pubblici potrebbero spostarsi da infrastrutture e ambiente a pensioni e assistenza sanitaria.

Un futuro da costruire
La transizione demografica rappresenta un’opportunità per ripensare le priorità globali. Non è più una questione di “sovrappopolazione”, ma di gestione sostenibile delle risorse e di adattamento a una nuova realtà. Come sottolinea Ellis: “Il futuro dipende da come scegliamo di vivere e organizzare il nostro mondo”.


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