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Cda Mps e Banco Bpm: la nuova legge accende il risiko

- di: Matteo Borrelli
 
Cda Mps e Banco Bpm: la nuova legge accende il risiko
Cda Mps e Banco Bpm: la nuova legge accende il risiko
Tra liste “di consiglio”, soci ingombranti e paletti UE: gennaio è il mese che può ridisegnare i poteri bancari.

Gennaio, nelle banche, spesso significa budget e bilanci. Nel 2026, per due istituti che restano al centro del grande gioco del credito italiano, significa soprattutto governance. Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena si preparano a rinnovare i rispettivi consigli di amministrazione con un elemento nuovo e potenzialmente dirompente: la lista del consiglio ridisegnata dalla Legge Capitali e dalle regole attuative. Tradotto: non solo nomi, ma metodo. E quando cambia il metodo, cambia anche il modo in cui i soci provano a pesare.

Il calendario che conta

Nelle agende di consulenti, investitori e “grandi orecchie” di mercato ci sono due finestre ravvicinate: 20 gennaio (Banco Bpm) e 22 gennaio (Mps), date in cui i board dovrebbero dare il via operativa ai lavori sulle liste. L’obiettivo, per entrambe, è arrivare al deposito tra fine febbraio e inizio marzo e poi al voto in assemblea nella primavera 2026.

Perché la “lista del consiglio” cambia davvero la partita

La regola non è nuova in assoluto: in Italia esiste da tempo il voto di lista. La novità è che la Legge Capitali ha introdotto nel Tuf l’articolo dedicato alla lista presentata dal cda uscente e la Consob ne ha definito le disposizioni attuative con una delibera dell’autunno 2025. È un cambio che punta a rendere il processo più strutturato, ma che alza la soglia di complessità: requisiti, trasparenza, profili richiesti, equilibri tra indipendenti e competenze.

Sullo sfondo, un effetto collaterale: quando il cda uscente “mette la firma” su una lista, i soci misurano la loro forza con più attenzione, perché ogni astensione o voto difforme diventa un segnale politico prima ancora che finanziario.

Banco Bpm, la variabile francese e l’incognita BCE

A Piazza Meda il punto di caduta più probabile è la continuità al vertice, ma la vera domanda è un’altra: chi comanda davvero i numeri nella stanza dove si disegna il nuovo board?

Il convitato di pietra è Crédit Agricole, socio industriale e primo azionista con una quota intorno al 19,8%, che ha chiesto l’autorizzazione a superare il 20%. La procedura europea (la cosiddetta “common procedure”) può arrivare fino a 150 giorni lavorativi, e il mercato da mesi legge nei tempi e nei passaggi con Francoforte un segnale: qui non si discute solo di percentuali, ma di influenza.

Fino al 29,9%: la soglia che fa discutere

La prospettiva, per Crédit Agricole, è poter salire nel tempo fino al 29,9%. È una quota che non dà la maggioranza, ma può diventare determinante se la governance e le regole consentono di esercitare un peso “di fatto” su scelte chiave: piani, nomine, investimenti, operazioni straordinarie. E qui entra la BCE: in casi simili, il regolatore può chiedere presìdi per garantire indipendenza del board, tutela delle minoranze e chiarezza sulle reali intenzioni industriali.

Da parte francese, negli ultimi mesi la linea pubblica è stata prudente: "Non abbiamo intenzione di acquisire il controllo". Ma la politica delle intenzioni conta fino a un certo punto: poi parlano le regole e, soprattutto, parlano i voti.

Le tre strade: lista autonoma, appoggio, o partita a scacchi

In concreto, gli scenari si riducono a tre:

1) Lista autonoma di minoranza. Se il socio forte presenta un proprio elenco, il risultato può essere una governance “a doppia trazione”: una maggioranza legata al board uscente e una minoranza strutturata che punta a presidi strategici (comitati interni, collegio sindacale, rischi).

2) Sostegno alla lista del cda uscente. È la via più morbida, ma anche quella che apre la trattativa più esplicita: peso in consiglio proporzionale alla partecipazione e, secondo i rumors che girano in piazza, un ruolo di primo piano nelle caselle apicali.

3) Partita a scacchi con i gestori. Qui entra un attore spesso decisivo nelle assemblee ad alta tensione: i gestori. Il meccanismo delle liste di minoranza può aggregare voti italiani e internazionali e diventare ago della bilancia quando il consenso non è monolitico.

Mps, statuto in movimento e soci che si contano

A Siena il percorso passa prima dallo statuto. Mps ha convocato un’assemblea straordinaria per il 4 febbraio 2026 per approvare modifiche che includono la possibilità, per il cda uscente, di presentare una propria lista. Un passaggio tecnico, ma con effetti molto concreti: mette in moto, con regole aggiornate, la macchina delle nomine.

Il secondo tema è la mappa dell’azionariato. Tra i principali soci risultano Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone, con percentuali rilevanti pubblicate nella sezione dedicata all’azionariato, insieme ad altri investitori e al Tesoro. In un quadro del genere, il rinnovo del cda è anche una prova di forza tra visioni diverse: continuità, accelerazione, o un assetto “ponte” verso future combinazioni.

Il cantiere nomine: profili, comitati e head hunter

Operativamente, il percorso tipico parte da autovalutazione del consiglio, definizione dei profili e regole interne, e dialogo con i grandi soci. È plausibile anche la scelta di un cacciatore di teste a supporto del comitato nomine: un segnale che il dossier non è solo “di routine”.

Sullo sfondo c’è il tema dei risultati e della credibilità manageriale. Il mercato ha guardato con attenzione ai conti 2025 e alla traiettoria di rilancio: nel risiko, la performance è un argomento tanto quanto i rapporti tra azionisti.

Il governo, l’Europa e l’effetto golden power

Qualunque equilibrio esca dai rinnovi, c’è una cornice che pesa più di prima: lo scontro tra Italia e Unione europea sull’uso del golden power nelle operazioni bancarie. Negli ultimi mesi Bruxelles ha alzato il livello del confronto e, a fine 2025, è emersa l’intenzione di rivedere le regole per evitare nuove frizioni con le istituzioni UE e con la vigilanza bancaria.

Per le banche significa una cosa molto semplice: i dossier domestici non sono più domestici. Se una scalata o una fusione cambia l’equilibrio competitivo, il tavolo diventa europeo per definizione.

Il risiko non chiude: perché dopo le nomine può ripartire il grande gioco

I rinnovi dei cda, paradossalmente, possono raffreddare il risiko nel brevissimo (nessuno ama negoziare mentre si elegge il consiglio), ma anche preparare il terreno per la fase successiva. Perché una governance stabile, legittimata dall’assemblea e “gradita” ai regolatori, è la condizione minima per riaprire cantieri che oggi restano in sospeso.

Lo scenario che molti operatori tengono sul radar è una ripartenza del tema del terzo polo e, insieme, l’attenzione costante su Unicredit, tra strategie industriali e incastri di partecipazioni. Nel risiko, la regola è sempre la stessa: quando tutti dicono “non succede”, spesso significa solo “non ancora”.

Una certezza, però, c’è: con le nuove regole sulla lista del consiglio, questa volta non basteranno i nomi. Serviranno numeri, consenso e un equilibrio che regga anche allo sguardo di Francoforte.

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