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Campari, la tempesta che arriva dal Lussemburgo

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Campari, la tempesta che arriva dal Lussemburgo

“Nel pieno di una tempesta”. Così Les Echos, il più autorevole giornale economico francese, descrive la situazione del gruppo Campari, simbolo del made in Italy conviviale, rosso come l’aperitivo e come i conti che adesso rischiano di infiammarsi.

Campari, la tempesta che arriva dal Lussemburgo

La tempesta non è meteorologica, ma giudiziaria: 1,3 miliardi di euro sequestrati a Lagfin, la holding lussemburghese che detiene l’82,6% dei diritti d’assemblea della società, per un’inchiesta legata a presunte irregolarità fiscali. Un colpo che arriva mentre il gruppo stava lentamente risanando i conti dopo un periodo complesso, e che rimette tutto in discussione.

Dal bitter alla finanza amara

Non è solo un caso di numeri. È l’eterna storia italiana del successo che inciampa proprio quando aveva iniziato a correre di nuovo. Campari, emblema dell’aperitivo globale, simbolo del lifestyle italiano esportato da Milano a New York, si ritrova ora al centro di un’inchiesta internazionale che mette a nudo la fragilità delle sue architetture finanziarie.

Il quotidiano francese scrive che “questo scandalo mette in luce la complessità delle strutture finanziarie internazionali e l’attenzione crescente delle autorità fiscali italiane ed europee sul trasferimento degli attivi verso giurisdizioni a fiscalità più clemente, come il Lussemburgo”.

Tradotto dal linguaggio diplomatico: la grande finanza del drink italiano non sfugge più al radar dei controllori fiscali.

Il nodo Lagfin e il fantasma del Lussemburgo

La vicenda ruota attorno a Lagfin, la cassaforte di famiglia che controlla Campari e che ha sede nel piccolo ma opulento Lussemburgo, da decenni rifugio per holding e capitali in cerca d’aria più leggera.

Le autorità italiane, nell’ambito di un’indagine più ampia sulla pianificazione fiscale aggressiva, hanno disposto il sequestro di oltre un miliardo di euro, ritenendo che una parte significativa degli utili del gruppo sia transitata attraverso strutture opache.

Nulla è ancora provato, ma la notizia ha colpito il titolo in Borsa e sollevato interrogativi su un marchio che da sempre si è presentato come modello di trasparenza e italianità impeccabile.

Le ombre nel momento della ripresa
Ironia della sorte: questa “tempesta”, come la chiama Les Echos, arriva proprio mentre Campari stava ritrovando equilibrio dopo anni di acquisizioni costose e di un mercato del beverage rallentato dalla pandemia.

I risultati del 2024 avevano mostrato segnali di ripresa, un incremento dei margini operativi, e il gruppo sembrava pronto a rilanciare i suoi investimenti globali — dagli Stati Uniti al Sud America, dove l’aperitivo tricolore aveva ripreso a trainare vendite.

Ora invece la holding si trova a difendersi nei tribunali, con un’immagine incrinata e un’attenzione pubblica che non perdona: perché, si sa, gli italiani tollerano tutto tranne chi tocca l’icona dell’aperitivo.

La politica fiscale come campo di battaglia
Non sfugge a nessuno che l’inchiesta si inserisca in un contesto più ampio. Les Echos sottolinea come, nel pieno dell’elaborazione della legge di bilancio, il Ministero dell’Economia italiano abbia fatto della lotta all’evasione fiscale una priorità assoluta.

Una scelta politica ma anche simbolica: dopo anni di “tolleranza tattica”, l’Italia sembra voler mostrare ai partner europei che il tempo delle zone grigie è finito. E Campari, volente o nolente, diventa il caso-scuola, il segnale che nessuno — nemmeno un marchio storico — è immune.

Il bicchiere mezzo pieno (forse)
Eppure, come in ogni buon cocktail, anche qui serve equilibrio. Gli analisti ricordano che Campari resta un gruppo solido, con margini elevati e un portafoglio di marchi internazionali che vanno dal Grand Marnier all’Aperol. Il sequestro di Lagfin non implica automaticamente un danno irreparabile, ma potrebbe aprire un braccio di ferro giudiziario lungo e complesso.

Nel frattempo, nei mercati e nelle redazioni, si mescolano curiosità e inquietudine. Perché quando un colosso simbolo della “dolce vita” economica italiana finisce in una tempesta fiscale, non è solo una questione di contabilità: è una metafora dell’Italia intera, sospesa tra genialità e opacità, tra glamour e regole da riscrivere.

L’epilogo (per ora): un brindisi amaro
Campari resta lì, con il suo rosso brillante nei bicchieri dei bar di mezzo mondo, ma con qualche ombra nei suoi conti. È la parabola di un capitalismo che ama le bollicine, ma che deve fare i conti con la trasparenza.

E chissà, forse da questa “tempesta” nascerà un Campari ancora più limpido, più europeo, più solido. O forse, come spesso accade in Italia, passerà tutto con un brindisi. Ma stavolta, anche quello, avrà un retrogusto un po’ amaro.

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