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La Colombia convoca i Paesi latinoamericani dopo il blitz Usa

- di: Bruno Legni
 
La Colombia convoca i Paesi latinoamericani dopo il blitz Usa

Vertice urgente della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi sulla crisi venezuelana: Maduro catturato, Delcy Rodríguez presidente ad interim, frontiere in allerta.

(Foto: il presidente della Colombia, Petro Gustavo).

Bogotà chiama la Celac dopo il blitz Usa: Venezuela nel caos

In poche ore l’America Latina si è svegliata con un copione che sembrava archiviato nei manuali di storia: un’operazione militare statunitense in piena capitale caraibica, un presidente portato via e una regione costretta a scegliere tra sdegno, prudenza e calcolo politico. Il risultato, oggi, è un Venezuela appeso a un filo e una Colombia che prova a tenere insieme i pezzi convocando un vertice urgente della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici. (Celac)

La mossa di Bogotà: un tavolo regionale per evitare l’effetto domino

Il governo colombiano ha deciso di chiamare a raccolta i ministri degli Esteri dell’area per costruire una posizione comune. Il messaggio è chiaro: se la crisi diventa un braccio di ferro tra potenze, i Paesi vicini rischiano di pagare il prezzo più alto — con frontiere sotto pressione, economie fragili e una miccia politica pronta ad accendersi.

L’obiettivo dichiarato, dietro le quinte, è doppio: raffreddare i toni e impedire che ciascuna capitale vada in ordine sparso, trasformando l’evento in una rissa diplomatica senza arbitro. L’idea di una riunione in videoconferenza, valutata nelle stesse ore anche da Brasilia, racconta l’urgenza: non c’è tempo per cerimonie, solo per decisioni.

Il piano colombiano in tre mosse: diplomazia, aiuti, sicurezza

Mentre convoca la regione, Bogotà mette in campo una strategia operativa “a tre punte”, annunciata dal ministero della Difesa dopo un consiglio straordinario di sicurezza. La prima è politica: diplomazia al massimo livello, con il presidente colombiano in prima linea. La seconda è umanitaria: assistenza ai civili e preparazione a eventuali picchi di mobilità lungo la frontiera. La terza è militare: rafforzamento della sicurezza contro gruppi armati attivi nell’area di confine, dove l’instabilità venezuelana può diventare carburante per nuove violenze.

Nelle comunicazioni ufficiali, la linea è stata sintetizzata così: "Tre linee strategiche: diplomazia, assistenza umanitaria e sicurezza". Tradotto: parlare con tutti, preparare tende e corridoi, e allo stesso tempo evitare che la crisi diventi una festa per chi traffica armi, droga e potere sul territorio.

Caracas senza Maduro: Delcy Rodríguez alla guida ad interim

Il colpo di scena politico è arrivato quasi in parallelo: Delcy Rodríguez, finora vicepresidente, è stata indicata come guida ad interim per garantire continuità istituzionale. In altre parole: anche in un vuoto di potere, lo Stato venezuelano tenta di mostrarsi “in piedi”, almeno nelle forme.

Da una delle principali capitali regionali è arrivato un riconoscimento formale della catena di comando: "In assenza del presidente, la guida spetta alla vicepresidente". È un passaggio che pesa: significa accettare una transizione interna — temporanea e contestata quanto si vuole — invece di consegnare la scena a un “tutti contro tutti”.

Il fronte internazionale: tra diritto, precedenti e nervi scoperti

Il cuore del dibattito è uno: la legittimità. Chi difende l’operazione la racconta come un’azione eccezionale contro un potere accusato di crimini e traffici. Chi la contesta la definisce una violazione della sovranità e un precedente che potrebbe essere imitato domani contro chiunque. In mezzo ci sono i fatti: raid, cattura, trasferimento all’estero e la promessa di un “dopo” ancora tutto da scrivere.

Da parte delle Nazioni Unite, il tono è stato di massima allerta istituzionale: "Un precedente pericoloso". E quando in diplomazia compare la parola “precedente”, di solito significa che molti stanno già guardando al prossimo capitolo, non al primo.

Frontiere e migranti: la crisi che viaggia su autobus e valigie

C’è un punto che i comunicati non possono addolcire: Colombia e Venezuela condividono una frontiera lunghissima e porosa, dove la politica entra spesso dalla porta di servizio. Se Caracas si avvita nel caos, le conseguenze scivolano a ovest: famiglie in movimento, economie locali sotto stress, servizi sanitari e scuole da potenziare in fretta.

Ecco perché la componente umanitaria non è un accessorio “buono per le telecamere”, ma un paracadute da aprire prima del lancio. L’allarme non riguarda solo l’eventuale fuga: riguarda anche il rischio opposto, cioè che la frontiera diventi terreno di scambio tra milizie, contrabbandieri e gruppi irregolari.

Cosa può succedere adesso: tre scenari, tutti scomodi

Scenario uno: la regione si compatta su un appello alla de-escalation e ottiene un canale negoziale che limiti l’uso della forza e apra una finestra politica. Scenario due: ognuno va per conto suo, la crisi diventa una gara di comunicati e l’instabilità si cronicizza. Scenario tre: la tensione sale, la risposta venezuelana (o di attori alleati) provoca nuovi incidenti e il confronto esce dal perimetro “straordinario” per diventare routine.

In qualunque caso, la Celac è chiamata a dimostrare di essere più di una sigla. Perché quando i cannoni tornano a fare rumore, la diplomazia o parla con voce chiara o si ritrova a sussurrare nel vento.

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