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Blitz Venezuela, Capitol Hill contro Trump: “Illegale”. Ma è spaccato

- di: Jole Rosati
 
Blitz Venezuela, Capitol Hill contro Trump: “Illegale”. Ma è spaccato
Blitz in Venezuela, Capitol Hill contro Trump: “Guerra illegale”
Maduro in manette, Congresso furioso: accuse di “menzogne” e paura di un nuovo Iraq.

(Foto: Capitol Hill, sede del Parlamento Usa, attaccato e invaso alla fine della prima presidenza Trump, dopo che il tycoon aveva perso le elezioni).

Il blitz in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro non hanno “solo” scosso Caracas: hanno acceso una miccia a Capitol Hill. Nel giro di ore, l’operazione – annunciata e rivendicata da Donald Trump – è diventata un caso politico-istituzionale di prima grandezza. E la domanda, dentro e fuori dal Congresso, è una sola: chi decide davvero quando gli Stati Uniti entrano in guerra?

Come noto, Maduro è stato portato a New York dopo un’operazione notturna; Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti “gestiranno” il Paese almeno temporaneamente e che l’obiettivo include anche la “messa in sicurezza” del settore petrolifero. Il punto, però, è esplosivo: l’azione sarebbe avvenuta senza autorizzazione del Congresso, e la classe politica americana si divide tra chi parla di resa dei conti con un “narco-regime” e chi vede un salto nel buio, con precedenti storici ingombranti.

Prima la politica, poi i missili: perché il Congresso si è sentito scavalcato

La versione del nervo scoperto arriva da Reuters: diversi parlamentari sostengono che, nei briefing riservati di novembre e dicembre, i vertici dell’amministrazione avrebbero escluso un’operazione di regime change e una azione militare diretta. E invece, all’improvviso, la notizia: attacco, cattura, trasferimento negli Stati Uniti. Risultato: fiducia azzerata e un Congresso che valuta una risposta formale sul terreno del War Powers Act, con un voto annunciato “la prossima settimana” per limitare ulteriori azioni senza via libera parlamentare.

Repubblicani: applausi, ma anche crepe e nervi scoperti

La linea del GOP, per ora, è soprattutto una: Trump ha colpito duro e ha colpito giusto. Ma la stessa destra che predica “America First” e diffida delle guerre infinite oggi si trova a maneggiare un paradosso: un’operazione all’estero con l’ombra di un impegno prolungato. E infatti le crepe, tra righe e dichiarazioni, si vedono eccome.

Mike Johnson: “Ecco che aspetto ha la responsabilità”

Lo Speaker della Camera, Mike Johnson, secondo, ha raccontato di aver parlato con Marco Rubio e Pete Hegseth dopo l’operazione, e ha incorniciato Maduro come responsabile di una lunga scia di danni agli Stati Uniti:

“Nicolas Maduro è responsabile della morte di centinaia di migliaia di americani… e oggi ha imparato che aspetto ha la responsabilità”.

E poi la dichiarazione di principio, tutta politica interna:

“Con Trump l’America mette al primo posto le vite americane… e non permetterà più a regimi criminali di trarre profitto dal caos”.

Tom Cotton: ultimatum al Venezuela “post-Maduro”

Il senatore Tom Cotton, presidente della commissione Intelligence del Senato, sempre secondo, ha costruito l’operazione come bivio strategico per le autorità venezuelane:

“Il governo ad interim deve decidere se continuare traffico di droga e collusioni con avversari come Iran e Cuba oppure tornare nel mondo civilizzato. Li invito a scegliere con saggezza”.

Mike Lee: sì al blitz, ma con una copertura costituzionale

Il senatore Mike Lee, secondo CBS News, ha detto di aver parlato con Rubio e che non si attenderebbero ulteriori azioni. Ha poi offerto una giustificazione giuridica di massima:

“L’operazione probabilmente rientra nell’autorità intrinseca del presidente ai sensi dell’Articolo II… per proteggere personale Usa da un attacco reale o imminente”.

John Thune: “Primo passo per portarlo davanti alla giustizia”

Il leader repubblicano al Senato John Thune, in una dichiarazione riportata da CBS News, ha definito la cattura di Maduro:

“Un importante primo passo per portarlo davanti alla giustizia per i crimini di droga per cui è stato incriminato negli Stati Uniti”.

Rick Crawford: “È un grande giorno per il Venezuela”

Rick Crawford, presidente della commissione Intelligence della Camera, ha richiamato il precedente Noriega e ha usato la formula del “vicinato” americano:

“È un grande giorno per il Venezuela… Se vogliamo un’America sicura, serve un quartiere sicuro” (CBS News,).

Marjorie Taylor Greene: la destra che frena (e accusa Washington)

Non tutta la base repubblicana è in festa. Marjorie Taylor Greene – in uscita dal Congresso – secondo CBS News ha criticato l’operazione come tradimento dell’anti-interventismo e l’ha letta come scelta più “politica” che anti-droga. Nel suo lungo messaggio, ha scritto:

“Il disgusto degli americani per l’aggressione militare senza fine del nostro governo è giustificato… Questo è ciò che molti nel MAGA pensavano di votare per finire. Quanto ci sbagliavamo”.

Democratici: “Ci hanno mentito. E adesso vogliono ‘governare’ un Paese?”

Se tra i Repubblicani c’è chi brinda e chi sussurra dubbi, tra i Democratici domina una sensazione: siamo stati presi in giro. E la reazione è una raffica di dichiarazioni che mescolano diritto costituzionale, trauma geopolitico (Iraq e Afghanistan) e un’accusa pesante: menzogne nei briefing.

Chuck Schumer: “Tutti al buio, e non sono stati sinceri”

Secondo Reuters, Chuck Schumer ha raccontato che in tre briefing classificati gli era stato detto che non si puntava a regime change né ad azione militare. La sua risposta è tagliente:

“Mi hanno assicurato che non stavano perseguendo queste cose… chiaramente non sono stati sinceri con il popolo americano”.

E ha aggiunto:

“Hanno tenuto tutti completamente all’oscuro”.

In parallelo, CBS News riporta un altro passaggio, più politico e più emotivo, legato all’idea – attribuita a Trump – di “gestire” il Venezuela:

“L’idea che Trump ora voglia governare il Venezuela dovrebbe incutere paura nel cuore di tutti gli americani”.

E il monito finale, con l’eco di guerre senza uscita:

“Gli americani hanno già visto questo film e hanno pagato un prezzo devastante”.

Jack Reed: “Nessun piano serio. La storia avverte sui costi”

Il senatore Jack Reed ha attaccato sul punto che a Washington fa più male di una sconfitta: la mancanza di una strategia.

“Non è stato presentato alcun piano serio su come un’impresa così straordinaria dovrebbe funzionare o quanto costerà agli americani… La storia offre molti avvertimenti sui costi umani, strategici e morali”.

Jeanne Shaheen: “L’amministrazione ha fuorviato il Paese e i rappresentanti eletti”

Jeanne Shaheen, ha formalizzato l’accusa di fondo: “L’amministrazione ha costantemente fuorviato il popolo americano e i suoi rappresentanti eletti”.

Don Beyer: “Guerra illegale per regime change e petrolio”

Tra le frasi più incendiarie c’è quella del deputato Don Beyer: Reuters riporta il suo post in cui parla di menzogna e interessi materiali: “L’amministrazione ha mentito al Congresso e lanciato una guerra illegale per cambio di regime e petrolio”.

Seth Moulton: “Briefing? Sì: ci hanno mentito su tutto”

Il deputato Seth Moulton ha rivendicato di aver posto domande dirette e di aver ricevuto risposte nette – rivelatesi poi, a suo dire, false: “Abbiamo chiesto: ‘Invaderete il Paese?’. Ci hanno detto no… ‘Metterete truppe a terra?’. No… ‘Volete il regime change?’. No… In un certo senso siamo stati informati: ci hanno solo mentito completamente”.

Hakeem Jeffries: “Maduro è un dittatore, ma Trump deve seguire la legge”

Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries ha tenuto insieme due concetti: condanna di Maduro e critica a Trump.

“Maduro è un criminale e un dittatore autoritario… ma Trump ha la responsabilità costituzionale di seguire la legge e proteggere le norme democratiche negli Stati Uniti”.

Poi l’avvertimento sul “solo muscoli”:

“Promuovere sicurezza e stabilità richiede più della forza militare, come abbiamo imparato dolorosamente in Iraq e Afghanistan”.

Adam Smith: “Nessuna prova che ci renda più sicuri. Sembra una storia di petrolio”

Adam Smith, vertice democratico della commissione Forze armate alla Camera, ha demolito il nesso sicurezza-azione militare:

“Non c’è alcuna evidenza che questo renda l’America più sicura”.

E ha rincarato:

“Non sembra avere molto a che fare con la droga… mi sembra che riguardi il petrolio del Venezuela”.

Con un punto che brucia: il “dopo”. “Il suo piano è invadere?”.

Jim Himes: “Briefing immediato su piano e base legale”

Jim Himes, democratico e membro di vertice della commissione Intelligence, ha chiesto una cosa semplice e devastante: “L’amministrazione deve informare immediatamente il Congresso sul piano per garantire stabilità nella regione e sulla giustificazione legale di questa decisione”.

Tim Kaine: “Attacco non autorizzato. Un ritorno nauseante alla dottrina della dominazione”

Il senatore Tim Kaine ha offerto la critica più ampia e “storica”, dipingendo l’operazione come un ritorno alla vecchia politica dell’emisfero occidentale: “Un attacco militare non autorizzato… un ritorno nauseante a un tempo in cui gli Stati Uniti rivendicavano il diritto di dominare gli affari interni di tutte le nazioni dell’emisfero”.

Ha poi legato l’azione al tema della sovranità reciproca:

“Quella storia è piena di fallimenti… e raddoppiare rende difficile sostenere che gli altri debbano rispettare la sovranità Usa quando noi non facciamo lo stesso”.

Infine, Kaine ha ricordato che una sua risoluzione bipartisan per impedire una guerra senza autorizzazione sarà al voto “la prossima settimana” (CBS News, 3 gennaio 2026).

Il convitato di pietra: truppe a terra e “governo” Usa del Venezuela

Dietro le dichiarazioni, c’è un dato che tiene svegli i parlamentari: il rischio di escalation. Reuters segnala che Trump si è detto aperto all’ipotesi di inviare truppe di terra, e che questo ha inquietato anche alcuni Repubblicani.

Un caso emblematico è quello della deputata Mariannette Miller-Meeks, che sostiene la cornice di sicurezza nazionale, ma non vuole soldati sul terreno. “È una questione di sicurezza nazionale… ma gli abitanti dell’Iowa non vogliono truppe a terra in Venezuela”.

Il punto di rottura: War Powers e voto in arrivo

Il Congresso non discute solo di Venezuela: discute di sé stesso. Di poteri, limiti, precedenti. E soprattutto discute di un voto imminente per bloccare ulteriori azioni senza approvazione. Il messaggio è chiaro: il prossimo capitolo potrebbe essere scritto non sul campo, ma nell’aula del Senato.

Maduro è il detonatore, la miccia è americana

Il Venezuela, oggi, è il nome sulla cartina. Ma la crisi che sta bruciando davvero è quella tra presidenza e Congresso. Per i Repubblicani, il blitz è il simbolo di forza e deterrenza; per i Democratici, è il segno di una democrazia in cui l’esecutivo accelera e il Parlamento rincorre. Nel mezzo, un Paese – gli Stati Uniti – che si ritrova a discutere ancora una volta la stessa, vecchia domanda: come si entra in guerra, e soprattutto come se ne esce? 

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