La transizione elettrica ha un lato meno patinato: non si “accende” con l’aria, ma con tonnellate di metalli. E mentre le vendite di veicoli elettrici e i grandi impianti di accumulo si moltiplicano, emerge un nervo scoperto che la Cina – dominatrice della filiera delle batterie – sta iniziando a trattare come un’emergenza industriale.
Secondo stime circolate in ambienti tecnici cinesi, le scorte domestiche economicamente sfruttabili di alcuni metalli chiave per le celle agli ioni di litio sarebbero più corte di quanto piaccia ammettere: litio con un orizzonte di poco inferiore ai 15 anni, nichel sotto i 4, mentre il cobalto “di casa” risulta sostanzialmente esaurito. Tradotto: Pechino non sta solo inseguendo il mercato. Sta inseguendo anche il calendario.
La filiera cinese resta la più forte, ma il tallone d’Achille è a monte
La Cina è il Paese che più di chiunque altro ha costruito un vantaggio sistemico sulle batterie: produzione di celle, componentistica, raffinazione, chimica, macchinari, ecosistema di fornitori. Ma anche il campione del mondo ha un punto vulnerabile: le miniere e le risorse.
Qui serve una distinzione cruciale. La parola “riserve” non significa “quanto ce n’è in assoluto”, bensì quanto è tecnicamente ed economicamente estraibile alle condizioni del momento. Se domanda cresce, prezzi oscillano, tecnologie cambiano o si scoprono nuovi giacimenti, quella fotografia può migliorare. Ma nel breve, per un’industria che deve consegnare milioni di batterie, la fotografia conta eccome.
I numeri che agitano Pechino (e perché vanno letti con cautela)
Il punto non è fare terrorismo da “fine del mondo minerario”. Il punto è che alcuni colli di bottiglia esistono e la Cina li sta trattando come un problema di sicurezza industriale.
- Litio: orizzonte stimato sotto i 15 anni per le scorte domestiche, a ritmi di crescita elevati.
- Nichel: finestra stimata sotto i 4 anni per l’uso legato alle chimiche più “ricche” di nichel.
- Cobalto: riserve domestiche quasi azzerate, quindi dipendenza dall’estero.
C’è però la seconda metà della frase: “a ritmi di crescita elevati”. Se la domanda accelera, il countdown si accorcia. Se invece cambia la chimica delle batterie (e sta cambiando), la pressione si sposta. Ed è esattamente qui che entra in scena la strategia cinese: non una sola mossa, ma tre.
Prima mossa: comprare metalli (e miniere) fuori casa
Se il sottosuolo domestico non basta, si guarda altrove. Da anni la Cina investe nei Paesi che contano davvero: Australia e Sud America per il litio; Sud-est asiatico per il nichel; Africa centrale per il cobalto. Non è romanticismo globale: è aritmetica industriale.
Sul nichel, l’epicentro è l’Indonesia: lì si concentrano miniere, impianti di raffinazione e nuove tecnologie di lavorazione. La partita non è solo economica ma geopolitica: una quota rilevante della capacità di raffinazione indonesiana è in mani cinesi o legata a gruppi cinesi tramite joint venture e catene di fornitura.
Indonesia, il “polmone” del nichel (con l’ombra ESG)
L’Indonesia è diventata un hub mondiale del nichel, anche grazie a capitali e know-how provenienti dalla Cina. Ma questa crescita porta con sé due effetti collaterali: impatto ambientale e rischio reputazionale per chi compra, soprattutto se i processi sono alimentati da energia fossile. Non a caso cresce la pressione per “nichel più verde”, tracciabile e conforme a standard occidentali.
Seconda mossa: cambiare chimica, cioè cambiare dipendenze
Per anni l’immaginario collettivo ha associato l’auto elettrica a catodi “ternari” (nichel-manganese-cobalto). Ma il mercato – soprattutto in Cina – sta facendo un’altra scelta: litio ferro fosfato (LFP). Il motivo è brutale e convincente: costa meno, è più stabile, e soprattutto riduce (fino ad azzerare) la dipendenza dal cobalto.
In Cina la quota LFP ha raggiunto livelli dominanti e continua a crescere. È una rivoluzione silenziosa perché non fa rumore come una nuova autonomia record, ma incide sulle miniere, sui contratti, sui prezzi e sulle alleanze.
E poi c’è la carta più intrigante: le batterie agli ioni di sodio. Qui l’idea è quasi provocatoria: usare un elemento molto più disponibile e meno esposto a shock geopolitici rispetto al litio. Il sodio non è la bacchetta magica (densità energetica e prestazioni sono un terreno ancora in evoluzione), ma è un modo concreto per spostare la pressione. Alcuni big cinesi parlano apertamente di diffusione su larga scala in più settori.
"La traiettoria è chiara: meno metalli ‘problematici’ per ogni kWh, più chimiche robuste e catene di fornitura controllabili."
Terza mossa: riciclo, cioè trasformare le batterie in miniere urbane
La parola chiave è seconda vita, ma non nel senso romantico del riuso domestico: nel senso industriale del recupero di metalli. La Cina è già avanti in capacità e scala, e per una ragione semplice: chi controlla il riciclo recupera litio, nichel e cobalto senza aprire nuove miniere e senza attendere anni di permitting.
Qui la logica è da economia di guerra (industriale): se la materia prima scarseggia, la si rimette in circolo. E più si diffondono veicoli elettrici e storage, più cresce anche il “giacimento” di batterie a fine vita.
Il paradosso del cobalto: meno necessario, ma più geopolitico
Con LFP e con alcune evoluzioni delle chimiche ad alto nichel, il peso del cobalto nelle batterie può diminuire. Tuttavia, proprio perché la produzione mondiale è concentrata in poche aree e perché la filiera è sensibile a instabilità politiche, il cobalto resta una materia prima ad alta tensione.
In altre parole: anche se ne useremo meno per batteria, il metallo non smette di essere strategico. E per la Cina, che in casa ne ha poco o nulla, la dipendenza dall’estero rimane un punto scoperto.
Conto alla rovescia o cambio di passo?
Il messaggio che arriva dalla Cina è netto: l’epoca dei metalli “scontati” è finita. Ma non significa che le batterie finiscano domani; significa che la competizione si sposta a monte – su miniere, raffinazione, riciclo e standard tecnologici.
E qui sta la conclusione, senza mezze tinte: chi governa i materiali governa la transizione. La Cina lo ha capito prima degli altri. Ora sta anche correndo per non restare intrappolata nel suo stesso successo.