Il significato profondo della contesa Russia-Ucraina. (Prima parte)

- di: Teodosio Orlando
 
Per comprendere al meglio le ragioni – profonde, ma anche quelle superficiali – del conflitto che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina è certamente utile mettere in fila una serie di eventi storici che nei secoli hanno caratterizzato le relazioni tra i due Paesi.
Nel 1915, due anni prima che la Rivoluzione d’ottobre cambiasse per sempre il corso della storia dell’umanità tutta, e di quella dell’Europa orientale in particolar modo, un semi-oscuro storico ucraino, attivo nella capitale dell’Impero asburgico, Wladimir Kuschnir, pubblicava un opuscolo in lingua tedesca dal titolo: L’Ucraina e il suo ruolo nell’attuale guerra con la Russia. All’epoca i territori dell’attuale Ucraina erano divisi tra l’Impero russo e quello asburgico, ma l’autore non nasconde le sue tendenze fortemente nazionaliste, arrivando a sostenere che gli Ucraini esibirebbero pochissime somiglianze antropologiche con i russi e i polacchi, mentre questi ultimi sarebbero molto più affini tra di loro. Anche la lingua ucraina viene ritenuta unitaria e perfetta, a tal punto che, a detta dell’autore, dal fiume San al fiume Kuban’, cioè a una distanza di oltre 2000 chilometri, non sarebbero riscontrabili differenze dialettali. Per non parlare degli aspetti socio-politici, in cui ravvisa una tensione verso la libertà del popolo ucraino così accentuata da aver dato l’esempio per rivolte antigovernative agli stessi russi (come il movimento decabrista) e per insurrezioni nazionali ai polacchi, con Tadeusz Kościuszko alla fine del XVIII secolo. Questo spiega anche il fatto che sia nella letteratura polacca che in quella russa non c’è una vera e propria mitografia nazionale che esalti la libertà dei rispettivi popoli, sicché si deve attingere a personaggi di origine ucraina. 

Lo storico ucraino si spinge a sostenere che i suoi connazionali sono stati privati non solo della loro libertà dai nemici russi, ma anche della loro storia dagli storici occidentali, in questo influenzati dalle nefaste trame moscovite. Ma in realtà fino ai tempi di Pietro il Grande, Kiev era molto più progredita di Mosca, al punto tale che alcuni stampatori ucraini arrivati nella capitale dell’impero (che fino al 1712 fu Mosca, per divenire poi San Pietroburgo) in cerca di fortuna vennero perseguitati come stregoni. Anche la “costituzione” (in senso sostanziale) delle due organizzazioni statali era fondamentalmente diversa. Mentre nel regno di Kiev, oltre al potere dei governanti, il principio democratico era fortemente rappresentato dall’aristocrazia chiamata a partecipare agli affari di Stato e soprattutto dalle assemblee di tutti gli uomini liberi, a Mosca il principio dispotico, mutuato dal khanato tartaro, si affermò in modo incontrastato. Peraltro, come dice l’autore, i libri di storia russi tendono a negare ogni sviluppo storico autonomo al popolo ucraino, similmente a quelli polacchi. Solo i libri pubblicati nell’impero asburgico si sforzano di riconoscere maggiore autonomia alla storia ucraina, ad esempio sottolineando la differenza linguistica tra russo e ucraino (e peraltro gli ucraini abitanti in Galizia e Bucovina erano sempre stati rispettati, dall’imperatore asburgico): differenza – va detto – solennemente codificata perfino dall’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, che nel 1906 proclamò ufficialmente la necessità di distinguere in senso scientifico tra lingua russa e lingua ucraina:  ma si trattò di un riconoscimento tardivo, se è vero che ancora nel 1863 e nel 1876 il ministro degli interni russo, il conte 

Pëtr Aleksandrovič Valuev, e poi lo stesso zar Alessandro II, vietarono o limitarono fortemente l’uso della lingua ucraina. Seguì nel 1876 il cosiddetto Ukase di Bad Ems  con il quale si vietò l'uso della lingua ucraina in tutta la stampa, ad eccezione della ristampa di vecchi documenti. La tesi venne ribadita anche dagli storici sovietici, come ha osservato Serhii Plokhy, professore di Storia ucraina a Harvard, nel suo libro The Origin of the Slavic Nations (Cambridge U. P., 2006): gli storici sovietici hanno spesso dipinto la Rus' di Kiev, lo Stato slavo orientale medievale con sede nella capitale dell'attuale Ucraina, come la culla comune delle tre nazioni slave orientali (Russia, Ucraina e Bielorussia). Secondo questa logica, non diversamente dai costruttori della Torre di Babele, gli Slavi orientali costituivano originariamente un'unica nazionalità o etnia della Vecchia Rus' che parlava una lingua comune. Solo l'invasione mongola ha diviso i popoli della Rus' e li ha portati su percorsi di sviluppo separati, che alla fine hanno condotto alla formazione di tre nazioni moderne. I russi videro l’inizio dell’unione reale di Russia e Ucraina nel trattato di Perejaslav, stipulato nel marzo 1654 nella cittadina Ucraina, fra i cosacchi di Bohdan Chmel'nyc'kyj e lo zar di Russia Alessio I,  che istituì l'Etmanato cosacco sulla Riva sinistra ucraina sotto il dominio russo: gli stessi ucraini filo-russi vi ravvisano l'unione dei popoli slavi russi, ucraini e bielorussi, mentre per i nazionalisti ucraini esso rappresenta la prima tappa di una sgradita russificazione forzata. In realtà, nell’organizzazione dell’Etmanato ucraino, esso conservava un proprio ministero delle finanze, una propria amministrazione della giustizia, un esercito autonomo e poteva scegliere il proprio Capo di Stato, l’etman o atamano supremo, purché la politica estera non fosse in contrasto con quella di Mosca. Ma nel 1764 questa larga autonomia venne soppressa (del resto, lo zar Pietro il Grande chiamava gli ucraini con l’appellativo di “piccoli-russi”, in contrapposizione ai “grandi-russi” di Mosca e San Pietroburgo), finché la Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 e l’esito della Prima guerra mondiale, con la pace di Brest-Litovsk, non riaprirono totalmente la partita delle “nazionalità” autonome di quello che era stato l’impero zarista.
Il Magazine
Italia Informa n° 3 - Maggio/Giugno 2022
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