Usa 2024: l'America al bivio, il ''vecchio'' Joe o l'arrogante Donald?

- di: Redazione
 
Novembre 2024, per gli americani, è quasi dietro l'angolo perché, negli Stati Uniti, si sa bene che la corsa alla Casa Bianca è lunga e con la caratteristica che si porta dietro: il tempo che vola, esageratamente.
Usa 2024 non è solo uno scontro tra due diverse visioni della società americana, ma, forse come mai rispetto al passato, uno spietato confronto tra uomini che si portano dietro innegabili problemi che sarà difficile non calcolare, al di là delle convinzioni politiche.
L'America di oggi è un Paese spaccato, in modo ben più netto che in passato, perché a confrontarsi sono distinte filosofie, quella democratica di Biden e quella repubblicana di Trump (anche se a lui va stretta, come definizione, l'etichetta di frontman del Gop).

Usa 2024: l'America al bivio, il ''vecchio'' Joe o l'arrogante Donald?

C'è però altro, perché agli elettori americani, sic stantibus rebus, si chiederà di scegliere tra due uomini avanti con l'età, con una serie di problemi (diretti, per Trump; di padre, per Biden alle prese con le spericolate ''stranezze'' dello figlio, Hunter) che non possono essere ignorati perché, chi uscirà dalle elezioni del prossimo anno, sarà chiamato a governare gli Stati Uniti mai come oggi alle prese con gravissime crisi, come quella per la supremazia globale, dovendosi confrontare con una Cina aggressiva e spregiudicata, e con una Russia che pare ormai preda di una casta che pensa con nostalgia ai confini della Mosca imperiale.
Una scelta che sarà giocata sulla fascia di elettori che sta in mezzo ai liberal, da un lato, e ai conservatori, dall'altro, ma che non potrà certo cancellare il ricordo di quanto accaduto a gennaio del 2021 quando, aizzati da Trump, migliaia di suoi sostenitori assaltarono, a Washington, il Campidoglio, sfregiando la democrazia americana.

Parliamo di milioni di persone che, prima di andare ad iscriversi alle liste degli elettori, dovranno convincersi che anche un solo voto può essere determinante per le sorti del Paese, che ora si trova davanti alla disarmante prospettiva di dovere scegliere tra un Biden che troppo spesso inciampa (non solo metaforicamente) nelle conseguenze di una età avanzata e un Trump (più giovane di lui comunque solo di pochi anni, quattro) che ha un'idea tutta sua della democrazia, in cui la sconfitta personale non viene contemplata.
Non c'è che dire, una scelta difficile, che in passato ha spinto gli americani a restare paralizzati davanti all'alternativa, come l'asino di Buridano. Solo che questa volta c'è in gioco molto altro.
Non pensiamo che la democrazia sia in pericolo, ma quanto ha fatto Trump durante la sua presidenza qualche dubbio lo lascia, non sul piano economico, quanto su quello del rispetto degli altri, a cominciare dagli avversari, che ama umiliare, e non solo sconfiggere (come quando irrise la disabilità di un giornalista che gli aveva rivolto una domanda da lui non gradita). Ma sotto la padella c'è la brace e gli Stati Uniti sono ''costretti'' ad operare un distinguo tra due personaggi che, ciascuno per motivazioni diverse, e non solo legate all'età, non danno quelle garanzie che gli americani pretendono, a buon ragione, dall'inquilino/inquilina della Casa Bianca.

Se Trump è in corsa già dal giorno dopo della sconfitta del novembre 2020, l'annuncio della ricandidatura di Biden ha forse smorzato le speranze dei democratici, che sono ben coscienti che il presidente uscente ha troppi handicap che condizionano l'efficacia della sua azione. Gli americani sono sempre molto attenti ai messaggi della comunicazione, figurarsi di quella che riguarda il Presidente e vedere Biden che ha difficoltà a salire la scaletta dell'Air Force One o a ricordare nomi e circostanze, o che cerca di abbozzare battute scherzose, con effetti terrificanti, non è che rassicuri, considerato che il presidente l'anno prossimo avrà 81 anni. Nulla quaestio sull'età, ma l'impressione che su Biden gli anni pesino è evidente.

Da ''non americani'' la domanda che ci poniamo è se sia possibile che, in un Paese di antica e consolidata democrazia, non si intravedano possibili alternative a Biden e Trump. O, come forse è più vicino alla realtà, dobbiamo pensare che le candidature annunciate ben oltre un anno prima della scadenza siano un modo per disinnescarne altre che pure potrebbero manifestarsi? La tradizione vuole che, alla corsa per la nomination, si candidino in tanti, forse troppi, ma è il grande gioco della democrazia. Poi, con i voti nelle primarie e nei caucus, la schiera si assottiglia per poi ridursi a pochi nomi. In casa repubblicana, l'alternativa più accreditata a Trump è quella di Ron DeSantis, governatore della Florida, accreditato dell'appoggio di quella (consistente) fetta del partito che non sopporta il tycoon e i suoi modi rozzi, coltivando la speranza che, da qui a novembre 2024, gli arrivi addosso qualche condanna che ne freni le ambizioni. A quel punto per DeSantis (di cui qualcuno auspica un passo indietro, per fare il vice in un ticket con Trump) la strada sarebbe spianata, forse anche troppo.

Situazione diversa tra i democratici, che dovendo forzatamente sostenere il presidente uscente, comunque qualche speranza nascosta sembrano averla. Magari di un candidato donna, magari di pelle scura, ma che non sia Kamala Harris, per tutti una mezza delusione. Donna e nera? Sembra l'identikit di chi alla Casa Bianca c'è stata, per otto anni, ma da first lady, accanto a Barack Obama. Sì, proprio Michelle Obama che per molti sarebbe il candidato perfetto, anche dovendo fare i conti con un marito ingombrante.
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