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Trump a Davos, l’America “in boom” e la dottrina dei dazi: il discorso che alza la posta

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Trump a Davos, l’America “in boom” e la dottrina dei dazi: il discorso che alza la posta

Donald Trump sale sul palco di Davos come se fosse un comizio globale. Non cerca sponde, non misura le parole, non costruisce ponti: al massimo piazza condizioni. Nel suo intervento al World Economic Forum 2026 il presidente degli Stati Uniti impasta numeri, rivendicazioni e avvertimenti, trasformando la grammatica dell’economia in una prova di forza. Il messaggio è lineare: l’America corre, l’America guida, l’America decide. E chi sta dall’altra parte del tavolo deve adeguarsi, oppure pagare.

Trump a Davos, l’America “in boom” e la dottrina dei dazi: il discorso che alza la posta

Trump parla di “boom” e di “miracolo economico” con la sicurezza di chi sa che la platea lo ascolta anche quando non lo applaude. Rivendica un’America tornata a crescere a ritmi eccezionali, insiste sull’idea di un’inflazione “sconfitta”, evoca stime robuste sul Pil e si presenta come l’architetto di una macchina che ha ripreso velocità prima del previsto.

Non è un passaggio tecnico: è la premessa politica. Perché in quella narrazione la crescita non è un dato, è una patente. Se gli Stati Uniti sono il “motore economico del pianeta”, allora possono permettersi di dettare il prezzo delle relazioni commerciali.

Ed è qui che entra il vero nucleo del discorso: i dazi. Trump li chiama necessari, quasi inevitabili. Li presenta come il modo per far “pagare” quei Paesi che, a suo dire, hanno danneggiato gli Stati Uniti. Non è solo una posizione protezionista: è una filosofia di governo. Il commercio non è più un terreno di compromesso, ma un sistema di sanzioni preventive. Se non sei allineato, se non concedi, se non rientri nel perimetro di un rapporto vantaggioso per Washington, allora arriva la tariffa. E il messaggio è rivolto soprattutto agli alleati, non ai rivali: l’Europa è chiamata a capire che l’ombrello americano non è gratis.

A Davos, però, Trump non si limita a minacciare misure commerciali. Sposta l’asticella più in alto e riporta al centro la Groenlandia, il dossier che sembrava un vecchio tormentone e invece si sta trasformando in una partita strategica. Il presidente chiede negoziati immediati per l’acquisizione dell’isola e la descrive con un lessico che sfiora la rivendicazione territoriale: “Avremmo dovuto tenerla”, “è parte del Nord America”, “è un nostro territorio”. È una frase che pesa più di un titolo, perché riscrive la geopolitica come fosse un atto notarile.

Trump prova a mettere una patina diplomatica dicendo di avere rispetto per Groenlandia e Danimarca. Ma subito dopo arriva la sostanza: “Solo gli Stati Uniti possono garantire la sicurezza” con il controllo dell’isola. E qui il discorso smette di essere una dichiarazione d’intenti e diventa un segnale operativo: l’Artico non è più un’area periferica, è una frontiera di potere. Rotte, risorse, difesa, proiezione militare. La Groenlandia, in questa visione, è la chiave per blindare un pezzo di mondo che nei prossimi anni conterà più di quanto oggi si voglia ammettere.

Dentro questo schema, anche la Nato entra come oggetto di pressione. Trump insiste sul tema del contributo americano e ripropone il vecchio refrain: gli Stati Uniti hanno dato troppo e ricevuto poco. È un modo per ricordare agli alleati europei che la sicurezza collettiva non è un principio astratto, ma un bilancio da rinegoziare. E Davos, che dovrebbe essere la casa delle compatibilità, diventa il luogo dove si misura l’incompatibilità tra la retorica multilaterale e l’America di Trump.

Il presidente inserisce anche altri tasselli, quasi a dimostrare che la sua agenda non è una lista ma un sistema. Parla di intelligenza artificiale rivendicando un primato americano davanti alla Cina, come se la tecnologia fosse già un capitolo di competizione militare. Tocca il Venezuela con toni insolitamente soddisfatti, citando collaborazione e interesse delle grandi compagnie petrolifere: energia e geopolitica tornano a essere la stessa frase, senza separazioni. Il messaggio implicito è che la Casa Bianca sta ridisegnando priorità e alleanze in funzione di sicurezza e risorse, non di equilibri diplomatici.

Trump, a Davos, non porta un discorso per convincere. Porta un discorso per spostare i margini. È un intervento costruito per far capire che la stagione delle mediazioni è finita e che il nuovo lessico globale sarà quello del costo: costo di esportare, costo di difendersi, costo di restare partner. Il punto non è se la platea lo trovi credibile o eccessivo. Il punto è che, mentre lui parla, le cancellerie prendono appunti. Perché la minaccia non è solo nei dazi: è nel metodo. E il metodo è quello di un’America che non negozia più per integrare, ma per dominare.

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