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Davos, Meloni tra Trump e l’Ue: frena sul Board e Gaza

- di: Jole Rosati
 
Davos, Meloni tra Trump e l’Ue: frena sul Board e Gaza
Tra scorte già in Svizzera, telefonate ai leader europei e una maggioranza divisa, Giorgia Meloni valuta la mossa: incontrare Donald Trump senza “firmare” l’adesione al suo organismo. Sullo sfondo: dazi artici, Groenlandia e il rischio di un nuovo strappo transatlantico.

C’è un dettaglio che, più di mille indiscrezioni, racconta lo stato d’animo a Palazzo Chigi: mentre la premier ancora pesa pro e contro, la macchina della sicurezza si muove già. È la fotografia di una decisione “in bilico” ma non improvvisata, con un obiettivo chiaro e uno secondario che rischia di diventare un boomerang. L’obiettivo principale è tenere aperto il canale con Trump; quello secondario, ben più scivoloso, è capire se l’Italia debba entrare nel suo contestato “Board of Peace”, presentato come cabina di regia per le crisi internazionali e nato dall’onda lunga del dossier Gaza.

Il punto è che Davos, quest’anno, non è soltanto Davos. Il World Economic Forum diventa il palcoscenico dove la diplomazia si mescola al marketing politico e dove ogni “stretta di mano” vale quanto un documento. E per Meloni la scelta è una partita a tre livelli: la relazione con Washington, l’allineamento con le cancellerie europee e l’equilibrio interno della maggioranza. Il “Board”, per come viene descritto nei retroscena, prevederebbe anche una quota d’ingresso molto alta: un elemento che trasforma l’operazione da gesto simbolico a decisione politica pesante, con ricadute inevitabili sul dibattito pubblico e parlamentare.

A rendere tutto più spinoso è la lista, reale o percepita, dei “commensali” al tavolo. Il nome di Vladimir Putin è il convitato di pietra, quello che rende ogni adesione un terreno minato: qualunque formula venga usata, l’idea di finire nello stesso schema di legittimazione è tossica per gran parte dell’opinione pubblica europea. E mentre la Casa Bianca prova a presentare l’organismo come un acceleratore di negoziati, le adesioni annunciate e le trattative aperte alimentano l’effetto opposto: la sensazione di una para-Onu a trazione presidenziale.

Sul fronte internazionale, l’operazione “Board” sta già producendo fratture. La mossa di Alexander Lukashenko viene letta come un segnale politico che sposta equilibri e percezioni, soprattutto perché arriva in una fase di tensione tra Stati Uniti e Unione Europea. E la stessa architettura dell’organismo è oggetto di contestazione: una regia ad alta intensità politica, con la promessa di “risultati rapidi” e un ramo legato alla gestione di Gaza nella fase successiva all’emergenza. In questo quadro, per Meloni entrare formalmente significa accettare non solo una sedia, ma anche il perimetro e la narrazione scelta da Trump.

Ecco perché prende forma una terza via: andare, parlare, ottenere un bilaterale e fermarsi un passo prima della firma. È la strategia del “contatto senza vincolo”, utile a evitare una crepa con la Casa Bianca senza scivolare in un isolamento europeo. Non è solo diplomazia: è anche diritto. In ambienti istituzionali italiani viene evocato il tema della compatibilità con i principi costituzionali quando l’adesione a organismi sovranazionali non avviene “in condizioni di parità” tra Stati. Tradotto: se l’architrave del “Board” è percepita come sbilanciata sul presidente americano, qualunque ingresso rischia di trasformarsi in un fronte interno, oltre che esterno.

Il capitolo maggioranza è l’altra metà della storia. Forza Italia guarda all’operazione con diffidenza: non solo per il “parterre” potenziale, ma per l’idea che l’Italia debba legarsi a un’iniziativa dove il baricentro è fuori dall’Europa e dove la bussola è politica prima che multilaterale. La Lega, al contrario, tende a leggere la mossa come occasione: più rapporto diretto con Trump e meno spazio alle mediazioni di Bruxelles. È la classica dinamica: uno stesso evento, due narrative opposte, e una premier costretta a scegliere senza rompere.

Dentro questa tensione si inserisce la variabile europea. Meloni intensifica i contatti con i partner dell’Unione e con alcuni leader chiave della risposta transatlantica, mentre l’Europa prova a restare compatta davanti a nuove pressioni americane. E qui entra in scena il dossier che sta trasformando l’Artico in una miccia politica: Groenlandia e i dazi legati all’area artica. In questo quadro, la Commissione europea ribadisce il punto: difesa della sovranità e della stabilità regionale, con l’obiettivo di non farsi trascinare in una spirale di ricatti commerciali.

Dall’altra parte, la linea più muscolare in Europa spinge per strumenti di risposta economica: il cosiddetto anti-coercion instrument, ribattezzato in molti retroscena “trade bazooka”. È il tipo di reazione che Meloni guarda con prudenza: troppo duro, troppo presto, troppo rischioso per l’export. Ma è anche il tipo di reazione che potrebbe finire sul tavolo del Consiglio europeo straordinario, proprio mentre Davos concentra incontri e simboli.

E qui il cerchio si chiude: se in Svizzera arrivasse un segnale di distensione tra Bruxelles e Washington, l’Europa avrebbe un motivo in più per rinviare l’uso dei “muscoli” commerciali; se invece la frizione restasse alta, la risposta economica tornerebbe centrale. In entrambi i casi, Meloni prova a ritagliarsi lo spazio da mediatrice: abbastanza vicina agli Stati Uniti da parlare senza filtri, abbastanza dentro l’Europa da non sembrare una battitrice libera. Il problema è che l’equilibrismo, quando si alza il vento, può diventare un salto nel vuoto.

In questo contesto anche Gaza rientra nella stessa scacchiera. Il “Board” si legittima su quel terreno: promessa di stabilizzazione, fase due, ricostruzione, sicurezza. Ma la politicizzazione della regia internazionale sul conflitto è già un tema divisivo, e l’adesione di leader e Paesi con interessi divergenti rende l’operazione fragile. È qui che, in controluce, emerge il calcolo della premier: stare nel giro delle decisioni senza essere inglobata nel marchio politico di Trump. In altre parole: avere voce in capitolo, senza consegnare la firma.

Un consigliere europeo, in queste ore, riassume così l’atmosfera che si respira nelle capitali: "Il problema non è parlare con Trump: il problema è vincolarsi a un meccanismo che cambia regole e obiettivi a seconda dell’umore della Casa Bianca". E un esponente italiano vicino ai dossier economici aggiunge un altro timore: "Se l’Artico diventa terreno di scontro commerciale, la vera domanda è chi paga il conto: industrie, consumatori, filiere".

La giornata della scelta, quindi, non è un semplice “sì o no” a un viaggio. È un test di posizionamento: tra l’America del rapporto personale e l’Europa delle regole; tra la tentazione di sedersi al tavolo più rumoroso e il rischio di restarne prigionieri. Meloni sa che a Davos non si va solo per parlare: si va per essere letti. E stavolta la lettura, in Italia e fuori, potrebbe pesare più della trasferta stessa.

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