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Esegesi del suicidio a Cinque Stelle

- di: Redazione
 
Esegesi del suicidio a Cinque Stelle
Nelle decisioni che Giuseppe Conte ha adottato negli ultimi giorni (spesso in contrasto l'una dalle altre) gli analisti politici possono tentare delle interpretazioni, ma non certo definitive perché le incongruenze sono tali e tante che bisognerebbe chiedere aiuto a Freud e Jung, per una volta assieme, mettendo da parte le diverse visioni della psicoanalisi.
Cercando di essere sintetici, i Cinque Stelle - a ulteriore rischio potenziale di abbandoni, anche se ora andare via non serve a nulla e a nessuno, vista l'imminenza dello scioglimento delle Camere - si trovano in una condizione abbastanza strana perché sono stati (non da soli) determinanti per sancire la fine anticipata della legislatura, che li manderà a casa.

Esegesi del suicidio del Movimento Cinque Stelle

Peraltro con molti di loro che, da ottobre, vedranno il parlamento solo in tv, sia per il taglio del numero di senatori e deputati, ma soprattutto per il crollo verticale dei consensi che li ha portati dall'oltre il 30 per cento del 2018 ad un 10 per cento attuale, secondo stime forse troppo ottimistiche.
C'è quindi da chiedersi se era questo l'obiettivo dei Cinque Stelle, se veramente volevano che il ''libera tutti'', prima sussurrato solo da qualcuno degli integralisti grillini, diventasse un obiettivo, peraltro raggiunto non sappiamo se per la gioia comune.

Ora, quindi, bisogna preparare gli scatoloni e lasciare quelle stanze del potere nelle quali i Cinque Stelle, da che le dovevano distruggere, hanno scoperto di starci bene, di godere dei benefici, di apprezzare di potere attraversare su un auto blu provvista di lampeggiante le strade delle città che prima percorrevano sui mezzi pubblici.
Comunque la si guardi, i Cinque Stelle meritano un apprezzamento generalizzato perché, calendario alla mano, hanno rinunciato a otto mesi di stipendi e indennità. Che non è poco per chi prima di entrare in Parlamento non lavorava o aveva occupazioni di seconda o terza fila in termini di importanza nel panorama socio-economico del Paese e che ora ha davanti a sé un futuro leggermente nebuloso.

Ce li siamo ritrovati seduti in poltrone ministeriali, anche non avendo preparazione, anche non sapendo nemmeno da dove si comincia ad amministrare non un Paese, ma un condominio.
Quindi, da domani tutti a casa, ma, come nel settembre del '43, la guerra non finisce perché tra i Cinque Stelle comincia la battaglia più dura, almeno per chi non è vicino al cuore di Giuseppe Conte. A partire da quelli che, esaurito il secondo mandato, chiederanno, quasi elemosinando, una deroga.

Di Grillini a fine corsa, da un punto di vista statutario, ce ne sono parecchi, e anche di peso. Cosa farà la senatrice Paola Taverna? Sarà conseguenziale al suo essere ''dura e pura'' e quindi tornerà a casa oppure chiederà di essere esentata dalla tagliola del secondo mandato? E Vito Crimi? E Roberto Fico?
Chi ha fatto di tutto per spingere il movimento ad uscire dalla coalizione di governo ne accetterà le conseguenze o, per meriti di vicinanza al leader, cercherà una scappatoia? Forse la seconda ipotesi è quella più fondata.

La cosa che però resta incomprensibile è l'entità politica che risponde al nome di Giuseppe Conte, costretto ad intestarsi la maggiore responsabilità della caduta di un governo al quale, lo dicono i fatti, non c'era alternativa se non la traumatica fine della legislatura, che getta il Paese intero nell'incertezza. Cosa sperava di fare, dando continue spallate a Mario Draghi? Che il presidente del Consiglio accettasse, senza dire parola, i suoi ultimatum, lui che, definizione di Beppe Grillo, ama i 'penultimatum'?

Al Giuseppe Conte politico si poteva chiedere di essere prudente, di valutare la portata delle sue decisioni, di calcolare se per lui era conveniente consegnarsi ai 'tupamaros' in salsa grillina, continuare macerarsi ancora per essere stato sfrattato da Palazzo Chigi. Ma a Giuseppe Conte italiano si dovrebbe chiedere oggi se, vedendo l'andamento della Borsa e dello spread, valeva la pena.
Sansone, quando decise di spazzare i filistei, fu il primo a rimetterci la pelle. Ma questo forse non glielo ha detto Rocco Casalino, che, si dice, brigava per la caduta del governo e lo scioglimento delle Camere, per candidarsi al Senato, dopo il taglio del suo stipendio.
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