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Trump contro Senato: “L’unico limite al mio potere è la mia moralità”

- di: Bruno Coletta
 
Trump contro Senato: “L’unico limite al mio potere è la mia moralità”

Il voto sul Venezuela non è politica estera ma guerra interna ai poteri. Trump preannuncia la svolta autoritaria: "L’unico limite al mio potere è la mia moralità". L’America ribolle, la Costituzione arretra, lo scontro si avvicina.

Qui non siamo più nel campo dell’interpretazione. Non è un’esagerazione giornalistica, né una lettura “militante” degli eventi. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti è un passaggio di fase: dalle tensioni istituzionali si è entrati nelle prove generali di una svolta autoritaria. Il Venezuela è solo il detonatore. Il bersaglio reale è il sistema dei contrappesi su cui si regge la democrazia americana.

Il voto del Senato che tenta di impedire a Donald Trump ulteriori azioni militari senza autorizzazione parlamentare è un atto di autodifesa costituzionale. Non di politica. Non di diplomazia. Il Congresso sta cercando di ricordare al presidente che il potere esecutivo non è illimitato. Che la guerra non è una prerogativa personale. Che la Costituzione non è un optional.

La risposta di Trump è stata devastante nella sua chiarezza. "L’unico limite al mio potere è la mia moralità". "Non ho bisogno del diritto internazionale". Parole che, messe nero su bianco, segnano un punto di non ritorno. Perché qui non si sta rivendicando forza. Si sta negando l’esistenza stessa del limite.

Quando un presidente afferma che l’unico freno alla propria azione è se stesso, non sta più parlando da capo dell’esecutivo. Sta parlando da uomo solo al comando. Ed è esattamente questo che il Senato ha provato a fermare, sapendo benissimo che il prezzo politico sarebbe stato altissimo.

Il dato più inquietante non è il voto in sé, ma la frattura che ha reso visibile. Una parte del Partito Repubblicano ha scelto di rompere la disciplina e di schierarsi contro la Casa Bianca. Non per opportunismo, ma per paura. Paura che il precedente venezuelano diventi la nuova normalità: un presidente che decide, colpisce, occupa e poi chiede al Congresso di farsi da parte.

Trump, invece, ha reagito come reagiscono i leader che non intendono arretrare di un millimetro. Ha attaccato i “traditori”, li ha delegittimati, li ha messi nel mirino dell’opinione pubblica più radicalizzata. È una strategia nota: isolare chi frena, intimidire chi dubita, blindare il proprio campo.

Ma il vero nodo è un altro, ed è molto più pericoloso. Trump e il suo cerchio ristretto sanno di stare forzando il sistema. Sanno di camminare sul confine — e spesso oltre — della legalità costituzionale. Ed è per questo che lo scontro elettorale delle prossime mid-term assume un valore esistenziale.

Se i Repubblicani dovessero perdere le elezioni di metà mandato, Trump difficilmente accetterà il verdetto come una normale alternanza democratica. Perché una sconfitta significherebbe perdere il controllo del Congresso. E perdere il controllo del Congresso significa aprire la porta a inchieste, procedimenti, responsabilità penali. Non è politica: è sopravvivenza.

È qui che lo scenario diventa cupo. Quando una leadership percepisce la sconfitta elettorale come una minaccia personale e giudiziaria, la tentazione di sabotare il processo democratico diventa strutturale. Contestare il voto, delegittimare il risultato, invocare emergenze, spingere sull’ordine pubblico: la sequenza è già scritta.

Ed è anche per questo che Trump ha costruito una catena di comando fondata sulla fedeltà, non sulla competenza. A capo di settori delicatissimi come difesa, giustizia e sicurezza interna siedono figure la cui principale qualità è l’allineamento politico e mediatico, spesso maturato più negli studi televisivi che nelle istituzioni. Non è improvvisazione. È prevenzione.

In uno scenario di scontro interno, il controllo degli apparati coercitivi è decisivo. Trump lo sa. Sa che, se il conflitto dovesse spostarsi dalle aule del Congresso alle strade, la lealtà personale conterà più delle norme scritte. E sa anche che una parte della sua base è pronta a considerare illegittimo qualunque verdetto che non lo veda vincitore.

L’America, intanto, manda segnali chiarissimi. Il caso Minneapolis, con l’escalation di tensioni e l’intervento federale sempre più muscolare, è un banco di prova. Non solo per la gestione dell’ordine pubblico, ma per il rapporto tra Stato centrale, territori e cittadinanza. Le proteste diventano test. Le reazioni, esperimenti.

Il confine tra sicurezza e repressione si sta assottigliando. La retorica dell’emergenza viene normalizzata. Ogni crisi diventa una giustificazione per accentrare potere. E ogni critica viene derubricata a sabotaggio, disfattismo, tradimento.

Chi liquida l’ipotesi di uno scontro armato interno come fantapolitica non sta guardando la traiettoria storica. Quando un presidente delegittima il Congresso, disprezza i tribunali, insinua il dubbio sistematico sul voto e rafforza il controllo sugli apparati di forza, la storia insegna che l’esito non è il compromesso. È la radicalizzazione.

Il Venezuela, in questo quadro, è solo la miccia. Serve a testare i limiti. Serve a misurare le reazioni. Serve a capire fin dove ci si può spingere senza pagare un prezzo immediato. Ma il vero campo di battaglia è interno. Ed è lì che si giocherà la partita decisiva.

Il Senato ha provato a tirare il freno d’emergenza. Trump ha risposto accelerando, rivendicando un potere che non riconosce né regole né argini. Quando un sistema accelera contro i propri freni, non produce equilibrio. Produce rottura.

L’America è entrata nella fase più instabile della sua storia recente. Non per un nemico esterno, ma per una frattura interna al vertice del potere. E quando la guida del Paese considera la Costituzione un ostacolo e non una garanzia, il rischio non è astratto.

L’America non sta scivolando verso una crisi. Ci è già dentro. E questa volta, il pericolo non arriva da fuori. Arriva dal centro stesso del potere.

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